08/02/2011

Sollecitudo Rei Socialis

di Staff — Categorie: Dottrina sociale della Chiesa 10/11Commenti disabilitati su Sollecitudo Rei Socialis

 

Pubblicata il 30 dicembre 1987, nel ventesimo anniversario dell’enciclica “Populorum progressio” di Paolo VI, Giovanni Paolo II si occupa del dovere della Chiesa di intervenire con sollecitudine nelle questioni sociali per uno sviluppo autentico della persona. E’ il Vangelo che indica le linee portanti di questa azione della Chiesa. Giovanni Paolo II descrive le problematiche relative allo sviluppo e traccia una panorama del mondo contemporaneo, afflitto da un divario sempre più aspro tra Nord e Sud del mondo, da varie forma di imperialismo, da un crescente predominio dell’avere sull’essere. La soluzione a questi problemi va ricercata attraverso una lettura teologica dei problemi moderni. La liberazione di tutti i popoli passa attraverso la liberazione dal peccato, l’ostacolo più grande di tutti.

 

LA SOLLECITUDO REI SOCIALIS E’ L’ATTUAZIONE DELLA PP (nn.1-4)

La sollecitudine sociale della Chiesa, finalizzata ad un autentico sviluppo dell’uomo e della società, che rispetti e promuova la persona umana in tutte le sue dimensioni, si è sempre espressa nei modi più svariati. Uno dei mezzi privilegiati di intervento è stato nei tempi recenti il Magistero dei Romani Pontefici, che, partendo dall’Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII come da un punto di riferimento, ha trattato di frequente la questione facendo alcune volte coincidere le date di pubblicazione dei vari documenti sociali con gli anniversari di quel primo documento… In tale cospicuo corpo di insegnamento sociale si inserisce e distingue l’Enciclica Populorum Progressio, che il mio venerato predecessore Paolo VI pubblicò il 26 marzo 1967… Mi propongo di prolungarne l’eco, collegandoli con le possibili applicazioni al presente momento storico, non meno drammatico di quello di venti anni fa …La presente riflessione ha lo scopo di sottolineare, con l’aiuto dell’indagine teologica sulla realtà contemporanea, la necessità di una concezione più ricca e differenziata dello sviluppo.

 

Continuità e rinnovamento (n.3)

Con ciò intendo raggiungere principalmente due obiettivi:

  1. riaffermare la continuità della dottrina sociale, identico nella sua ispirazione di fondo, nei suoi «principi di riflessione», nei suoi «criteri di giudizio», nelle sue basilari «direttrici di azione» e, soprattutto, nel suo vitale collegamento col Vangelo

  2. riaffermare la necessità del rinnovamento, perché è soggetto ai necessari e opportuni adattamenti suggeriti dal variare delle condizioni storiche e dall’incessante fluire degli avvenimenti.

 

LA POPULORUM PROGRESSIO E’ L’ATTUAZIONE DEL CONCILIO (nn. 6-7)

 

L’enciclica è la risposta all’appello della Costituzione Gaudium et spes

«Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo». Queste parole esprimono il motivo fondamentale che ispirò il grande documento del Concilio, il quale parte dalla constatazione dello stato di miseria e di sottosviluppo, in cui vivono milioni di esseri umani. Questa miseria e sottosviluppo sono, sotto altro nome, «le tristezze e le angosce» di oggi, «dei poveri soprattutto»: di fronte a questo panorama di dolore e di sofferenza, il Concilio vuole prospettare orizzonti di gioia e di speranza.

 

L’enciclica è lo sviluppo della Gaudium et Spes

  • Quanto ai contenuti e temi, riproposti dall’Enciclica, sono da sottolineare: la coscienza del dovere che ha la Chiesa, «esperta in umanità», di «scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo»;

  • la coscienza, egualmente profonda, della sua missione di «servizio», distinta dalla funzione dello Stato, anche quando essa si preoccupa della sorte delle persone in concreto;

  • il riferimento alle differenze clamorose nelle situazioni di queste stesse persone;

  • la conferma dell’insegnamento conciliare circa la «destinazione universale dei beni»;

  • l’apprezzamento della cultura e della civiltà tecnica che contribuiscono alla liberazione dell’uomo, senza trascurare di riconoscere i loro limiti

  • l’insistenza sul «dovere gravissimo» delle Nazioni più sviluppate, di «aiutare i Paesi in via di sviluppo».

 

NOVITA’ DELLA POPULORUM PROGRESSIO (nn. 5-10)

 

La prima novità è nel fatto stesso di un documento sopra una materia che a prima vista è solo economica e sociale: lo sviluppo dei popoli…nel solco dell’Enciclica Rerum Novarum, sulla «condizione degli operai»… al documento di Paolo VI bisogna riconoscere il merito di aver sottolineato il carattere etico e culturale della problematica relativa allo sviluppo e la legittimità e la necessità dell’intervento in tale campo da parte della Chiesa. Con ciò la dottrina sociale cristiana ha rivendicato ancora una volta il suo carattere di applicazione della Parola di Dio alla vita degli uomini e della società… ordinato cioè alla condotta morale.

 

La seconda novità è l’ampiezza di orizzonte della «questione sociale»… il magistero sociale della Chiesa non era ancora giunto ad affermare in tutta chiarezza che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale

  • Le problematiche nelle imprese di lavoro o nel movimento operaio e sindacale di un determinato Paese o regione non sono da considerare isole sparse senza collegamenti, ma che dipendono da fattori esistenti al di là dei confini nazionali.

  • la novità dell’Enciclica è psecialmente nella valutazione morale di questa realtà. I responsabili della cosa pubblica, i cittadini dei Paesi ricchi personalmente considerati, specie se cristiani, hanno l’obbligo morale di tenere in considerazione, nelle decisioni personali e di governo, questo rapporto di universalità, questa interdipendenza che sussiste tra i loro comportamenti e la miseria e il sottosviluppo di tanti milioni di uomini. L’Enciclica paolina traduce l’obbligo morale come «dovere di solidarietà», ed una tale affermazioneha oggi la stessa forza e validità di quando fu scritta.

  • la novità dell’Enciclica consiste anche nell’impostazione di fondo, secondo cui la concezione stessa dello sviluppo, che non può consistere nella semplice accumulazione di ricchezza e nella maggiore disponibilità dei beni e servizi, se ciò si ottiene a prezzo del sottosviluppo delle moltitudini.

 

La terza novità è il rapporto sviluppo-pace: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace».

  • Disattendere tale esigenza potrebbe favorire l’insorgere di una tentazione di risposta violenta da parte delle vittime dell’ingiustizia, come avviene all’origine di molte guerre.

  • come giustificare che ingenti somme di danaro che potrebbero e dovrebbero essere destinate a incrementare lo sviluppo dei popoli, sono invece utilizzate all’ampliamento degli arsenali di armi, sia nei Paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo?

  • Se «lo sviluppo è il nuovo nome della pace», la guerra e i preparativi militari sono il nemico dello sviluppo dei popoli.

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SITUAZIONE DEL MONDO CONTEMPORANEO (nn. 14-16)

 

Allargamento del fossato tra l’area del Nord sviluppato e quella del Sud in via di sviluppo

  • All’abbondanza di beni e di servizi disponibili in alcune parti del mondo, soprattutto nel Nord sviluppato, corrisponde nel Sud un inammissibile ritardo, ed è proprio in questa fascia geo-politica che vive la maggior parte del genere umano. A guardare la gamma dei vari settori-produzione e distribuzione dei viveri, igiene, salute e abitazione, disponibilità di acqua potabile, condizioni di lavoro, specie femminile, durata della vita ed altri indici economici e sociali-, il quadro generale risulta deludente…. si comprende perché nel linguaggio corrente si parli di mondi diversi all’interno del nostro unico mondo: Primo Mondo, Secondo Mondo, Terzo Mondo, e talvolta Quarto Mondo… segno della diffusa sensazione che l’unità del mondo.

     

  • agli «indici economici e sociali» del sottosviluppo si aggiungono altri indici egualmente negativi, a cominciare dal piano culturale: l’analfabetismo, la difficoltà o impossibilità di accedere ai livelli superiori di istruzione, l’incapacità di partecipare alla costruzione della propria Nazione, le diverse forme di sfruttamento e di oppressione economica, sociale, politica ed anche religiosa della persona umana e dei suoi diritti, le discriminazioni di ogni tipo, specialmente razziale.

     

  • tra gli altri diritti, viene spesso soffocato il diritto di iniziativa economica… la sua limitazione in nome di una pretesa «eguaglianza» di tutti nella società riduce, o addirittura distrugge di fatto lo spirito d’iniziativa, cioè la soggettività creativa del cittadino. Di conseguenza sorge un «livellamento in basso». Al posto dell’iniziativa creativa nasce la passività, la dipendenza e la sottomissione all’apparato burocratico che, come unico organo «disponente» e «decisionale»-se non addirittura «possessore»-della totalità dei beni e mezzi di produzione, mette tutti in una posizione di dipendenza quasi assoluta, che è simile alla tradizionale dipendenza dell’operaio-proletario dal capitalismo. Ciò provoca un senso di frustrazione o disperazione e predispone al disimpegno dalla vita nazionale, spingendo molti all’emigrazione e favorendo, altresì, una forma di emigrazione «psicologica».

     

  • altre forme di povertà. La negazione o la limitazione dei diritti umani-quali, ad esempio, il diritto alla libertà religiosa, il diritto di partecipare alla costruzione della società, la libertà di associarsi, o di costituire sindacati, o di prendere iniziative in materia economica… il sottosviluppo dei nostri giorni non è soltanto economico, ma anche culturale, politico e semplicemente umano, come già rilevava venti anni fa l’Enciclica Populorum Progressio.

     

Sottosviluppo nei paesi ricchi (nn. 17-19)

Quantunque la società mondiale offra aspetti di frammentazione, espressa con i nomi convenzionali di Primo, Secondo, Terzo ed anche Quarto Mondo, rimane sempre molto stretta la loro interdipendenza che, per una specie di dinamica interna e sotto la spinta di meccanismi che non si possono non qualificare come perversi, provoca effetti negativi perfino nei Paesi ricchi. Proprio all’interno di questi Paesi si riscontrano, seppure in misura minore, le manifestazioni specifiche del sottosviluppo.

 

  • Tra gli indici specifici del sottosviluppo, la crisi degli alloggi. La carenza di abitazioni si verifica su un piano universale ed è dovuta, in gran parte, al fenomeno sempre crescente dell’urbanizzazione. Perfino gli stessi popoli più sviluppati presentano il triste spettacolo di individui e famiglie che si sforzano letteralmente di sopravvivere, senza un tetto o con uno così precario che è come se non ci fosse. La mancanza di abitazioni, che è un problema di per se stesso assai grave, è da considerare segno e sintesi di tutta una serie di insufficienze economiche, sociali, culturali o semplicemente umane

     

  • disoccupazione e sottoccupazione. Se esso appare allarmante nei Paesi in via di sviluppo, con il loro alto tasso di crescita demografica e la massa della popolazione giovanile, nei Paesi di grande sviluppo economico sembra che si contraggano le fonti di lavoro, e così le possibilità di occupazione, invece di crescere, diminuiscono.

     

  • debito internazionale. La ragione che spinse i popoli in via di sviluppo ad accogliere l’offerta di abbondanti capitali disponibili fu la speranza di poterli investire in attività di sviluppo. Di conseguenza, la disponibilità dei capitali e il fatto di accettarli a titolo di prestito possono considerarsi un contributo allo sviluppo stesso, cosa desiderabile e in sé legittima, anche se forse imprudente e, in qualche occasione, affrettata. Cambiate le circostanze, tanto nei Paesi indebitati quanto nel mercato internazionale finanziatore, lo strumento prescelto per dare un contributo allo sviluppo si è trasformato in un congegno controproducente. E ciò sia perché i Paesi debitori, per soddisfare gli impegni del debito, si vedono obbligati a esportare i capitali che sarebbero necessari per accrescere o, addirittura, per mantenere il loro livello di vita, sia perché, per la stessa ragione, non possono ottenere nuovi finanziamenti del pari indispensabili.

CAUSE POLITICHE DELLA SITUAZIONE (nn.20-25)

 

Esistenza di due blocchi geo politichi

Non si può passare sotto silenzio un fatto saliente del quadro politico, che caratterizza il periodo storico seguito al secondo conflitto mondiale ed è un fattore non trascurabile nell’andamento dello sviluppo dei popoli. Ci riferiamo all’esistenza di due blocchi contrapposti, designati comunemente con i nomi convenzionali di Est e Ovest’ oppure di Oriente e Occidente. La ragione di questa connotazione non è puramente politica, ma anche, come si dice, geo politica. Ciascuno dei due blocchi tende ad assimilare o ad aggregare intorno a sé, con diversi gradi di adesione o partecipazione, altri Paesi o gruppi di Paesi.

 

Contrapposizione politica e ideologica

in quanto ogni blocco trova la propria identità in un sistema di organizzazione della società e di gestione del potere, che tende ad essere alternativo all’altro; a sua volta, la contrapposizione politica trae origine da una contrapposizione più profonda, che è di ordine ideologico. In Occidente esiste, infatti, un sistema che storicamente si ispira ai principi del capitalismo liberista, quale si sviluppò nel secolo scorso con l’industrializzazione; in Oriente c’è un sistema ispirato al collettivismo marxista, che nacque dall’interpretazione della condizione delle classi proletarie, alla luce di una peculiare lettura della storia. Ciascuna delle due ideologie, facendo riferimento a due visioni così diverse dell’uomo, della sua libertà e del suo ruolo sociale, ha proposto e promuove, sul piano economico, forme antitetiche di organizzazione del lavoro e di strutture della proprietà.

 

Due concezioni dello sviluppo

entrambe imperfette e tali da esigere una radicale correzione. Detta opposizione viene trasferita in seno a quei Paesi, contribuendo così ad allargare il fossato, che già esiste sul piano economico tra Nord e Sud ed e conseguenza della distanza tra i due mondi più sviluppati e quelli meno sviluppati. É, questa, una delle ragioni per cui la dottrina sociale della Chiesa assume un atteggiamento critico nei confronti sia del capitalismo liberista sia del collettivismo marxista.

 

Tendenza all’imperialismo o neo-colonialismo.

É questa situazione anormale che mortifica lo slancio di cooperazione solidale di tutti per il bene comune del genere umano, a danno soprattutto di popoli pacifici. Vista così, la presente divisione del mondo è di diretto ostacolo alla vera trasformazione delle condizioni di sottosviluppo nei Paesi in via di sviluppo o in quelli meno avanzati. L’affermazione dell’Enciclica Populorum Progressio, secondo cui le risorse e gli investimenti destinati alla produzione delle armi debbono essere impiegati per alleviare la miseria delle popolazioni indigenti, rende più urgente l’appello a superare la contrapposizione tra i due blocchi. Oggi tali risorse servono a mettere ciascuno dei due blocchi in condizione di potersi avvantaggiare sull’altro.

 

Strumentalizzazione dei paesi di recente indipendenza e sviluppo

I Paesi di recente indipendenza si trovano coinvolti nei conflitti ideologici, che generano inevitabili divisioni al loro interno, fino a provocare in certi casi vere guerre civili. Ciò anche perché gli investimenti e gli aiuti allo sviluppo sono spesso distolti dal proprio fine e strumentalizzati per alimentare i contrasti, al di fuori e contro gli interessi dei Paesi che dovrebbero beneficiarne. I Paesi in via di sviluppo, più che trasformarsi in Nazioni autonome, preoccupate del proprio cammino verso la giusta partecipazione ai beni ed ai servizi destinati a tutti, diventano pezzi di un meccanismo, parti di un ingranaggio gigantesco.

 

Contrapposizione militare

dando origine a due blocchi di potenze armate, ciascuno diffidente e timoroso del prevalere dell’altro. Nata dalla conclusione della seconda guerra mondiale, la tensione tra i due blocchi ha dominato tutto il quarantennio successivo, assumendo ora il carattere di «guerra fredda», ora di «guerre per procura» mediante la strumentalizzazione di conflitti locali, ora tenendo sospesi e angosciati gli animi con la minaccia di una guerra aperta e totale.

 

Commercio delle armi.

Si tratta di un commercio senza frontiere capace di oltrepassare perfino le barriere dei blocchi. Esso sa superare la divisione tra Oriente e Occidente e, soprattutto, quella tra Nord e Sud sino a inserirsi-e questo è più grave-tra le diverse componenti della zona meridionale del mondo. Ci troviamo così di fronte a uno strano fenomeno: mentre gli aiuti economici e i piani di sviluppo si imbattono nell’ostacolo di barriere ideologiche insuperabili, di barriere tariffarie e di mercato, le armi di qualsiasi provenienza circolano con quasi assoluta libertà nelle varie parti del mondo… in certi casi i capitali, dati in prestito dal mondo dello sviluppo, son serviti ad acquistare armamenti nel mondo non sviluppato.

 

Fenomeno del terrorismo

inteso come proposito di uccidere e distruggere indistintamente uomini e beni e di creare appunto un clima di terrore e di insicurezza, spesso anche con la cattura di ostaggi. … Di fronte a tanto orrore e a tanta sofferenza mantengono sempre il loro valore le parole che ho pronunciato alcuni anni fa e che vorrei ripetere ancora: «Il Cristianesimo proibisce […] il ricorso alle vie dell’odio, all’assassinio di persone indifese, ai metodi del terrorismo».

 

Problema demografico

Non si può negare l’esistenza, specie nella zona Sud del nostro pianeta, di un problema demografico tale da creare difficoltà allo sviluppo. É bene aggiungere subito che nella zona Nord a preoccupare, è la caduta del tasso di natalità, con ripercussioni sull’invecchiamento della popolazione, incapace perfino di rinnovarsi biologicamente. Fenomeno, questo, in grado di ostacolare di per sé lo sviluppo. Come non è esatto affermare che tali difficoltà provengono soltanto dalla crescita demografica, così non è neppure dimostrato che ogni crescita demografica sia incompatibile con uno sviluppo ordinato.

 

Allarmante costatare in molti Paesi il lancio di campagne sistematiche contro la natalità per iniziativa dei loro governi, in contrasto non solo con l’identità culturale e religiosa degli stessi Paesi, ma anche con la natura del vero sviluppo… finanziate da capitali provenienti dall’estero e, in qualche caso, ad esse sono addirittura subordinati gli aiuti e l’assistenza economico-finanziaria… si tratta di assoluta mancanza di rispetto per la libertà di decisione delle persone interessate, uomini e donne, sottoposte non di rado a intolleranti pressioni, comprese quelle economiche, per piegarle a questa forma nuova di oppressione. Sono le popolazioni più povere a subirne i maltrattamenti: e ciò finisce con l’ingenerare la tendenza a un certo razzismo.

 

ERRORI DI FONDO (nn. 27-28)

 

Pregresso senza sviluppo umano

Lo sguardo che l’Enciclica ci invita a rivolgere al mondo contemporaneo ci fa costatare, anzitutto, che lo sviluppo non è un processo rettilineo, quasi automatico e di per sé illimitato, come se, a certe condizioni, il genere umano debba camminare spedito verso una specie di perfezione indefinita. Simile concezione, legata ad una nozione di «progresso» dalle connotazioni filosofiche di tipo illuministico, piuttosto che a quella di «sviluppo», adoperata in senso specificamente economico-sociale, sembra posta ora seriamente in dubbio, specie dopo la tragica esperienza delle due guerre mondiali, della distruzione pianificata e in parte attuata di intere popolazioni e dell’incombente pericolo atomico.

 

Economia senza fine morale

E’ in crisi la stessa concezione «economica» o «economicista», legata al vocabolo sviluppo. Effettivamente oggi si comprende meglio che la pura accumulazione di beni e di servizi, anche a favore della maggioranza, non basta a realizzare la felicità umana. Né, di conseguenza, la disponibilità dei molteplici benefici reali, apportati negli ultimi tempi dalla scienza e dalla tecnica, compresa l’informatica, comporta la liberazione da ogni forma di schiavitù. Al contrario, l’esperienza degli anni più recenti dimostra che, se tutta la massa delle risorse e delle potenzialità, messe a disposizione dell’uomo, non è retta da un intendimento morale e da un orientamento verso il vero bene del genere umano, si ritorce facilmente contro di lui per opprimerlo.

 

Consumismo

Accanto alle miserie del sottosviluppo, che non possono essere tollerate, ci troviamo di fronte a una sorta di supersviluppo, egualmente inammissibile, perché, come il primo, è contrario al bene e alla felicità autentica. Tale supersviluppo, infatti, consistente nell’eccessiva disponibilità di ogni tipo di beni materiali in favore di alcune fasce sociali, rende facilmente gli uomini schiavi del «possesso» e del godimento immediato, senza altro orizzonte che la moltiplicazione o la continua sostituzione delle cose, che già si posseggono, con altre ancora più perfette. É la cosiddetta civiltà dei «consumi», o consumismo, che comporta tanti «scarti» e «rifiuti». Un oggetto posseduto, e già superato da un altro più perfetto, è messo da parte, senza tener conto del suo possibile valore permanente per sé o in favore di un altro essere umano più povero. Tutti noi tocchiamo con mano i tristi effetti di questa cieca sottomissione al puro consumo: prima di tutto, una forma di materialismo crasso, e al tempo stesso una radicale insoddisfazione, perché si comprende subito che quanto più si possiede tanto più si desidera mentre le aspirazioni più profonde restano insoddisfatte e forse anche soffocate.

 

Dicotomia tra l’essere e l’avere

L’Enciclica di Papa Paolo VI segnalò la differenza, al giorno d’oggi così frequentemente accentuata, tra l’«avere» e l’«essere», in precedenza espressa con parole precise dal Concilio Vaticano II. L’«avere» oggetti e beni non perfeziona di per sé il soggetto umano, se non contribuisce alla maturazione e all’arricchimento del suo «essere», cioè alla realizzazione della vocazione umana in quanto tale. Certo, la differenza tra «essere» e «avere», il pericolo inerente a una mera moltiplicazione o sostituzione di cose possedute rispetto al valore dell’«essere» non deve trasformarsi necessariamente in un’antinomia. Una delle più grandi ingiustizie del mondo contemporaneo consiste proprio in questo: che sono relativamente pochi quelli che possiedono molto, e molti quelli che non possiedono quasi nulla. É l’ingiustizia della cattiva distribuzione dei beni e dei servizi destinati originariamente a tutti . Ecco allora il quadro: ci sono quelli – i pochi che possiedono molto – che non riescono veramente ad «essere», perché, per un capovolgimento della gerarchia dei valori, ne sono impediti dal culto dell’«avere»; e ci sono quelli – i molti che possiedono poco o nulla -, i quali non riescono a realizzare la loro vocazione umana fondamentale, essendo privi dei beni indispensabili. Il male non consiste nell’«avere» in quanto tale, ma nel possedere in modo irrispettoso della qualità e dell’ordinata gerarchia dei beni che si hanno.

 

ASPETTI POSITIVI (n. 26)

Piena consapevolezza della dignità propria e di ciascun essere umano.

Tale consapevolezza si esprime, per esempio, con la preoccupazione dappertutto più viva per il rispetto dei diritti umani e col più deciso rigetto delle loro violazioni. Ne è segno rivelatore il numero delle associazioni private, alcune di portata mondiale, di recente istituzione. Su questo piano bisogna riconoscere l’influsso esercitato dalla Dichiarazione dei Diritti Umani, promulgata circa quaranta anni fa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Lo stesso bisogna dire, sempre nel campo dei diritti umani, per gli altri strumenti giuridici della medesima Organizzazione delle Nazioni Unite o di altri Organismi internazionali.

 

Solidarietà

gli uomini si rendono conto di essere legati da un comune destino, da costruire insieme, se si vuole evitare la catastrofe per tutti. Dal profondo dell’angoscia, della paura e dei fenomeni di evasione come la droga, tipici del mondo contemporaneo, emerge via via l’idea che il bene, al quale siamo tutti chiamati, e la felicità, a cui aspiriamo, non si possono conseguire senza lo sforzo e l’impegno di tutti, nessuno escluso, e con la conseguente rinuncia al proprio egoismo.

 

Preoccupazione per la pace

la coscienza che questa è indivisibile: o è di tutti, o non è di nessuno. Una pace che esige sempre più il rispetto rigoroso della giustizia e, conseguentemente, l’equa distribuzione dei frutti del vero sviluppo.

 

Preoccupazione ecologica

Presa di coscienza dei limiti delle risorse disponibili; necessità di rispettare l’integrità e i ritmi della natura e di tenerne conto nella programmazione dello sviluppo, invece di sacrificarlo a certe concezioni demagogiche dello stesso.

 

Impegno di tanti uomini di buova volontà

É giusto riconoscere pure l’impegno di uomini di governo, politici, economisti, sindacalisti, personalità della scienza e funzionari internazionali -molti dei quali ispirati dalla fede religiosa- a risolvere generosamente, con non pochi sacrifici personali, i mali del mondo e ad adoperarsi con ogni mezzo, perché un sempre maggior numero di uomini e donne possa godere del beneficio della pace e di una qualità di vita degna di questo nome. A ciò contribuiscono le grandi Organizzazioni internazionali ed alcune Organizzazioni regionali.

 

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PER UN AUTENTICO SVILUPPO UMANO – ASPETTO BIBLICO (nn. 29- 35)

Le caratteristiche di uno sviluppo pieno, «più umano», sono state descritte da Paolo VI.

 

Necessità di un parametro interiore

Il pericolo dell’abuso consumistico e l’apparizione delle necessità artificiali non debbono affatto impedire la stima e l’utilizzazione dei nuovi beni e risorse posti a nostra disposizione; in ciò dobbiamo, anzi, vedere un dono di Dio e una risposta alla vocazione dell’uomo, che si realizza pienamente in Cristo. Ma per conseguire il vero sviluppo e necessario non perder mai di vista il suo parametro interiore, che è nella natura specifica dell’uomo, creato da Dio a sua immagine e somiglianza (Gen1,26). Natura corporale e spirituale, simboleggiata nel secondo racconto della creazione dai due elementi: la terra, con cui Dio plasma il fisico dell’uomo, e l’alito di vita, soffiato nelle sue narici (Gen2,7). L’uomo così viene ad avere una certa affinità con le altre creature: è chiamato a utilizzarle a occuparsi di esse e sempre secondo la narrazione della Genesi (Gen2,15) è posto nel giardino col compito di coltivarlo e custodirlo, al di sopra di tutti gli altri esseri collocati da Dio sotto il suo dominio (Gen1,25). Ma nello stesso tempo l’uomo deve rimanere sottomesso alla volontà di Dio, che gli prescrive limiti nell’uso e nel dominio delle cose (Gen2,16), così come gli promette l’immortalità (Gen2,9); (Sap2,23). L’uomo ssendo immagine di Dio, ha una vera affinità anche con lui.

 

Dominare le cose non farsi dominare

Lo sviluppo non può consistere soltanto nell’uso, nel dominio e nel possesso indiscriminato delle cose create, ma piuttosto nel subordinare il possesso, il dominio e l’uso alla somiglianza divina dell’uomo e alla sua vocazione all’immortalità. Ecco la realtà trascendente dell’essere umano, la quale appare partecipata fin dall’origine ad una coppia di uomo e donna (Gen1,27)

 

Lo sviluppo continua l’opera della creazione

Secondo la Sacra Scrittura, la nozione di sviluppo non è soltanto «laica» o «profana», ma essenziale dimensione della vocazione dell’uomo. Il compito è di «dominare» sulle altre creature, «coltivare il giardino», ed è da assolvere nel quadro dell’ubbidienza alla legge divina e, quindi, nel rispetto dell’immagine ricevuta, fondamento chiaro del potere di dominio, riconosciutogli in ordine al suo perfezionamento (Gen1,26); (Gen2,12); (Sap9,2). Quando l’uomo disobbedisce a Dio e rifiuta di sottomettersi alla sua potestà, allora la natura gli si ribella e non lo riconosce più come «signore», perché egli ha appannato in sé l’immagine divina. L’appello al possesso e all’uso dei mezzi creati rimane sempre valido, ma dopo il peccato l’esercizio ne diviene arduo e carico di sofferenze (Gen3,17). Infatti, il successivo capitolo della Genesi ci mostra la discendenza di Caino, la quale costruisce «una città», si dedica alla pastorizia, si dà alle arti (la musica) e alla tecnica (la metallurgia), mentre al tempo stesso si comincia «ad invocare il nome del Signore» (Gen4,17). La storia del genere umano, delineata dalla Sacra Scrittura, anche dopo la caduta nel peccato è una storia di realizzazioni continue, che, sempre rimesse in questione e in pericolo dal peccato, si ripetono, si arricchiscono e si diffondono come risposta alla vocazione divina, assegnata sin dal principio all’uomo e alla donna (Gen1,26) e impressa nell’immagine, da loro ricevuta. Lo «sviluppo» di oggi deve essere visto come un momento della storia iniziata con la creazione e di continuo messa in pericolo a motivo dell’infedeltà al Creatore soprattutto per la tentazione dell’idolatria.

 

L’uomo protagonista dello sviluppo

Sotto questo aspetto nell’Enciclica Laborem exercens ho fatto riferimento alla vocazione dell’uomo al lavoro, per sottolineare il concetto che e sempre lui il protagonista dello sviluppo. Lo stesso Gesù, nella parabola dei talenti, mette in rilievo il severo trattamento riservato a chi osò nascondere il dono ricevuto…. L’approfondimento di queste sparole potrà spingerci a impegnarci con più decisione nel dovere di collaborare allo sviluppo pieno degli altri: «Sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini».

 

Collaborazione di tutti

L’obbligo di impegnarsi per lo sviluppo dei popoli non è un dovere soltanto individuale, né tanto meno individualistico, come se fosse possibile conseguirlo con gli sforzi isolati di ciascuno. Esso è un imperativo per tutti e per ciascuno degli uomini e delle donne, per le società e le Nazioni, in particolare per la Chiesa cattolica e per le altre Chiese e Comunità ecclesiali. In tal senso, come noi cattolici invitiamo i fratelli cristiani a partecipare alle nostre iniziative, cosi ci dichiariamo pronti a collaborare alle loro, accogliendo gli inviti che ci sono rivolti. In questa ricerca dello sviluppo integrale dell’uomo possiamo fare molto anche con i credenti delle altre religioni, come del resto si sta facendo in diversi luoghi. La collaborazione allo sviluppo di tutto l’uomo e di ogni uomo, infatti, è un dovere di tutti verso tutti e deve, al tempo stesso, essere comune alle quattro parti del mondo: Est e Ovest, Nord e Sud; o, per adoperare il termine oggi in uso, ai diversi «mondi».

Il vero sviluppo

La vera elevazione dell’uomo.. non si raggiunge sfruttando solamente l’abbondanza dei beni e dei servizi, Quando gli individui e le comunità non vedono rispettate le esigenze morali, culturali e spirituali, fondate sulla dignità della persona e sull’identità propria di ciascuna comunità, a cominciare dalla famiglia e dalle società religiose, tutto il resto-disponibilità di beni, abbondanza di risorse tecniche applicate alla vita quotidiana, un certo livello di benessere materiale- risulterà insoddisfacente e, alla lunga, disprezzabile…. Un vero sviluppo implica una viva coscienza del valore dei diritti di tutti e di ciascuno nonché della necessità di rispettare il diritto di ognuno all’utilizzazione piena dei benefici offerti dalla scienza e dalla tecnica.

 

Sul piano interno di ogni Nazione, assume grande importanza il rispetto di tutti i diritti:

  • specialmente il diritto alla vita in ogni stadio dell’esistenza;

  • i diritti della famiglia, in quanto comunità sociale di base, o «cellula della società»;

  • la giustizia nei rapporti di lavoro;

  • i diritti inerenti alla vita della comunità politica in quanto tale;

  • i diritti basati sulla vocazione trascendente, a cominciare dal diritto alla libertà di professare il proprio credo

Sul piano internazionale, ossia dei rapporti tra gli Stati o tra i vari «mondi»,

  • il pieno rispetto dell’identità di ciascun popolo con le sue caratteristiche storiche e culturali.

  • riconoscere a ogni popolo l’eguale diritto «ad assidersi alla mensa del banchetto comune»», invece di giacere come Lazzaro fuori della porta, mentre «i cani vengono a leccare le sue piaghe» (Lc16,21).

  • godere dell’eguaglianza fondamentale, su cui si basa, per esempio, la Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: eguaglianza che è il fondamento del diritto di tutti alla partecipazione al processo di pieno sviluppo.

 

Carattere morale dello sviluppo

  • lo sviluppo deve realizzarsi nel quadro della solidarietà e della libertà

  • deve fondarsi sull’amore di Dio e del prossimo, e contribuire a favorire i rapporti tra individui e società. Ecco la «civiltà dell’amore», di cui parlava spesso il Papa Paolo VI.

  • non si può fare impunemente uso delle diverse categorie di esseri viventi o inanimati – animali, piante, elementi naturali -come si vuole, a seconda delle proprie esigenze economiche.

  • Presa di coscienza della limitazione delle risorse naturali, alcune delle quali non sono, come si dice, rinnovabili. Usarle come se fossero inesauribili, mette in pericolo la loro disponibilità non solo per la generazione presente e per quelle future.

  • Evitare la contaminazione dell’ambiente, con gravi conseguenze per la salute della popolazione.

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LETTURA TEOLOGICA DEI PROBLEMI MODERNI (nn. 35-40

 

Strutture di peccato

É da rilevare che un mondo diviso in blocchi, sostenuti da ideologie rigide, dove, invece dell’interdipendenza e della solidarietà, dominano differenti forme di imperialismo, non può che essere un mondo sottomesso a «strutture di peccato»… le quali-come ho affermato nell’Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitentia-si radicano nel peccato personale, collegate ad atti concreti delle persone, che le introducono, le consolidano e… diventano sorgente di altri peccati… tra le azioni e gli atteggiamenti opposti alla volontà di Dio e al bene del prossimo e le «strutture» che essi inducono, i più caratteristici sembrano due:

  1. la brama esclusiva del profitto e dall’altra «a qualsiasi prezzo»

  2. la sete del potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà «a qualsiasi prezzo»

 

Ovviamente, a cader vittime di questo duplice atteggiamento di peccato non sono solo gli individui ma anche le Nazioni e i blocchi. E ciò favorisce di più l’introduzione delle «strutture di peccato». Se certe forme di «imperialismo» moderno si considerassero alla luce di questi criteri morali, si scoprirebbe che sotto certe decisioni, apparentemente ispirate solo dall’economia o dalla politica si nascondono vere forme di idolatria: del denaro, dell’ideologia, della classe, della tecnologia… si tratta di un male morale, frutto di molti peccati, che portano a «strutture di peccato». É da auspicare che anche gli uomini e donne privi di una fede esplicita siano convinti che gli ostacoli al pieno sviluppo… dipendono da atteggiamenti più profondi.

 

Interdipendenza e conversione alla solidarietà

Per i cristiani, come per tutti coloro che riconoscono il preciso significato teologico della parola «peccato», il cambiamento di condotta o di mentalità o del modo di essere si chiama, con linguaggio biblico, «conversione» (Mc1,15); (Lc13,3); (Is30,15). Nel cammino della desiderata conversione verso il superamento degli ostacoli morali per lo sviluppo, si può già segnalare, come valore positivo e morale, la crescente consapevolezza dell’interdipendenza tra gli uomini e le Nazioni. L’interdipendenza deve trasformarsi in solidarietà, fondata sul principio che i beni della creazione sono destinati a tutti: ciò che l’industria umana produce con la lavorazione delle materie prime, col contributo del lavoro, deve servire egualmente al bene di tutti.

 

La solidarietà non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.

 

Le «strutture di peccato» si vincono quando:

  • c’è l’impegno per il bene del prossimo con la disponibilità, in senso evangelico, a «perdersi» a favore dell’altro invece di sfruttarlo e a «servirlo» invece di opprimerlo per il proprio tornaconto (Mt10,40); (Mt20,25); (Mc10,42);

  • Quando i suoi componenti si riconoscono tra di loro come persone.

  • Coloro che contano di più, si sentano responsabili dei più deboli e siano disposti a condividere quanto possiedono.

  • I più deboli non adottano un atteggiamento passivo o distruttivo del tessuto sociale, facendo quanto loro spetta per il bene

  • I gruppi intermedi non insistano egoisticamente nel loro particolare interesse, ma rispettino gli interessi degli altri.

     

La pace del mondo è inconcepibile se non si giunge, da parte dei responsabili, a riconoscere che l’interdipendenza esige di per sé il superamento della politica dei blocchi, la rinuncia a ogni forma di imperialismo economico, militare o politico, e la trasformazione della reciproca diffidenza in collaborazione. I «meccanismi perversi» e le «strutture di peccato», potranno essere vinte solo mediante l’esercizio della solidarietà umana e cristiana.

 

Dalla solidarietà alla comunione

La solidarietà è indubbiamente una virtù cristiana, tende a superare se stessa, a rivestire le dimensioni specificamente cristiane della gratuità totale, del perdono e della riconciliazione. Allora il prossimo non è soltanto un essere umano con i suoi diritti e la sua fondamentale eguaglianza davanti a tutti, ma diviene la viva immagine di Dio Padre, riscattata dal sangue di Gesù Cristo e posta sotto l’azione permanente dello Spirito Santo. Egli, pertanto, deve essere amato, anche se nemico, con lo stesso amore con cui lo ama il Signore, e per lui bisogna essere disposti al sacrificio, anche supremo: «Dare la vita per i propri fratelli» (1Gv3,16). …si prospetta alla luce della fede un nuovo modello di unità del genere umano, al quale deve ispirarsi, in ultima istanza, la solidarietà. la vita intima di Dio, uno in tre Persone, è ciò che noi cristiani designiamo con la parola «comunione».

 

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ORIENTAMENTI PARTICOLARI (nn.41-45)

 

La dottrina sociale della Chiesa inseime di principi e criteri di giudizio

La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire al problema del sottosviluppo in quanto tale, come affermò già Papa Paolo VI nella sua Enciclica. Essa è «esperta in umanità», e ciò la spinge a estendere necessariamente la sua missione religiosa ai diversi campi in cui uomini e donne dispiegano le loro attività. Quale strumento per raggiungere lo scopo, la Chiesa adopera la sua dottrina sociale. Nell’odierna difficile congiuntura, per favorire sia la corretta impostazione dei problemi che la loro migliore soluzione, potrà essere di grande aiuto una conoscenza più esatta e una diffusione più ampia dell’«insieme dei principi di riflessione, dei criteri di giudizio e delle direttrici di azione» proposti dal suo insegnamento.

 

La dottrina sociale come incontro del vangelo con la vita sociale

La dottrina sociale della Chiesa non è una «terza via» tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un’ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale.

 

La dottrina sociale parte della missione evangelizzatrice della Chiesa

L’insegnamento e la diffusione della dottrina sociale fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. E, trattandosi di una dottrina indirizzata a guidare la condotta delle persone, ne deriva di conseguenza l’«impegno per la giustizia». All’esercizio del ministero dell’evangelizzazione in campo sociale, che è un aspetto della funzione profetica della Chiesa, appartiene pure la denuncia dei mali e delle ingiustizie. Ma conviene chiarire che l’annuncio è sempre più importante della denuncia.

 

Destinazione universale dei beni e dei diritti

La dottrina sociale della Chiesa ha il dovere di aprirsi a una prospettiva internazionale in linea col Concilio Vaticano II. Non sarà, pertanto, superfluo riesaminarne e approfondirne sotto questa luce i temi e gli orientamenti caratteristici, ripresi dal Magistero in questi anni. Desidero qui segnalarne uno: l’opzione, o amore preferenziale per i poveri…. Essa si riferisce alla vita di ciascun cristiano, in quanto imitatore della vita di Cristo, ma si applica egualmente alle nostre responsabilità sociali e, perciò, al nostro vivere, alle decisioni da prendere coerentemente circa la proprietà e l’uso dei beni… i beni di questo mondo sono originariamente destinati a tutti. Il diritto alla proprietà privata è valido e necessario, ma non annulla il valore di tale principio: su di essa, infatti, grava «un’ipoteca sociale», giustificata precisamente sul principio della destinazione universale dei beni.

Né sarà da trascurare, in questo impegno per i poveri, quella speciale forma di povertà che è la privazione dei diritti fondamentali della persona, in particolare del diritto alla libertà religiosa e del diritto, altresì, all’iniziativa economica.

 

Necessità delle riforme

  • riforma del sistema internazionale di commercio, ipotecato dal protezionismo e dal crescente bilateralismo;

  • riforma del sistema monetario e finanziario mondiale, oggi riconosciuto insufficiente; la questione degli scambi delle tecnologie e del loro uso appropriato;

  • revisione della struttura delle Organizzazioni internazionali esistenti, nella cornice di un ordine giuridico internazionale.

  • Il sistema internazionale di commercio oggi discrimina frequentemente i prodotti delle industrie incipienti dei Paesi in via di sviluppo, mentre scoraggia i produttori di materie prime.

  • Esiste una sorta di divisione internazionale del lavoro, per cui i prodotti a basso costo di alcuni Paesi, privi di leggi efficaci sul lavoro o troppo deboli per applicarle, sono venduti in altre parti del mondo con considerevoli guadagni per le imprese dedite a questo tipo di produzione, che non conosce frontiere.

  • Il sistema monetario e finanziario mondiale si caratterizza per l’eccessiva fluttuazione dei metodi di scambio e di interesse, a detrimento della bilancia dei pagamenti e della situazione di indebitamento dei Paesi poveri.

  • Le tecnologie e i loro trasferimenti costituiscono oggi uno dei principali problemi dell’interscambio internazionale e dei gravi danni, che ne derivano. Non sono rari i casi di Paesi in via di sviluppo, a cui si negano le tecnologie necessarie o si inviano quelle inutili.

  • Le Organizzazioni internazionali sembrano trovarsi a un momento della loro esistenza, in cui i meccanismi di funzionamento, i costi operativi e la loro efficacia richiedono un attento riesame ed eventuali correzioni.

  • superamento delle rivalità politiche e la rinuncia ad ogni volontà di strumentalizzare le stesse Organizzazioni, che hanno per unica ragion d’essere il bene comune.

  • l’umanità, di fronte a una fase nuova e più difficile dei suo autentico sviluppo, ha oggi bisogno di un grado superiore di ordinamento internazionale, a servizio delle società, delle economie e delle culture del mondo intero.

 

Indicazioni per le nazioni in via di sviluppo

  • Lo sviluppo richiede spirito d’iniziativa da parte degli stessi Paesi che ne hanno bisogno, agendo secondo le proprie responsabilità, senza sperare tutto dai Paesi più favoriti, collaborando con gli altri che sono nella stessa situazione.

  • É importante ache le stesse Nazioni in via di sviluppo favoriscano l’autoaffermazione di ogni cittadino mediante l’accesso a una maggiore cultura ed a una libera circolazione delle informazioni.

  • favorire l’alfabetizzazione e l’educazione di base che l’approfondisce e completa,

  • Alcune Nazioni dovranno incrementare la produzione alimentare, per aver sempre a disposizione il necessario al nutrimento e alla vita.

  • Altre Nazioni hanno bisogno di riformare alcune ingiuste strutture e, in particolare, le proprie istituzioni politiche, per sostituire regimi corrotti, dittatoriali o autoritari con quelli democratici e partecipativi.

  • libera partecipazione e responsabilità di tutti i cittadini alla cosa pubblica, la sicurezza del diritto, il rispetto e la promozione dei diritti umani- è condizione necessaria e garanzia sicura di sviluppo di «tutto l’uomo e di tutti gli uomini».

  • dovere di praticare la solidarietà fra se stesse e con i Paesi più emarginati del mondo. É desiderabile, per esempio, che Nazioni di una stessa area geografica stabiliscano forme di cooperazione che le rendano meno dipendenti da produttori più potenti. aprano le frontiere ai prodotti della zona. esaminino le eventuali complementarità dei prodotti, si associno per dotarsi dei servizi, che ciascuna da sola non è in grado di provvedere. estendano la cooperazione al settore monetario e finanziario. L’interdipendenza è già una realtà in molti di questi Paesi.

  • I Paesi in via di sviluppo di una stessa area geografica, debbono costituire nuove organizzazioni regionali, ispirate a criteri di eguaglianza, libertà e partecipazione nel concerto delle Nazioni. La solidarietà universale richiede autonomia e libera disponibilità di se stessi, anche all’interno di associazioni come quelle indicate. Ma, nello stesso tempo, richiede disponibilità ad accettare i sacrifici necessari per il bene della comunità mondiale.

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CONCLUSIONE (nn. 45-48)

 

Recentemente, nel periodo seguito alla pubblicazione dell’Enciclica Populorum Progressio, in alcune aree della Chiesa cattolica, in particolare nell’America Latina, si è diffuso un nuovo modo di affrontare i problemi della miseria e del sottosviluppo, che fa della liberazione la categoria fondamentale e il primo principio di azione. I valori positivi, ma anche le deviazioni e i pericoli di deviazione, sono stati convenientemente segnalati dal Magistero ecclesiastico. …. (n° 48) Ciascuno è chiamato a occupare il proprio posto in questa campagna pacifica, da condurre con mezzi pacifici.

 

La Chiesa deve affermare con forza la possibilità del superamento degli intralci che si frappongono allo sviluppo, e la fiducia per una vera liberazione. Fiducia e possibilità fondate sulla consapevolezza che ha la Chiesa della promessa divina, volta a garantire che la storia presente non resta chiusa in se stessa, ma è aperta al Regno di Dio. La Chiesa ha fiducia anche nell’uomo, pur conoscendo la malvagità di cui è capace, perché sa bene che-nonostante il peccato ereditato e quello che ciascuno può commettere-ci sono nella persona umana sufficienti qualità ed energie, c‘è una fondamentale «bontà» (Gen1,31), perché è immagine del Creatore, posta sotto l’influsso redentore di Cristo, «che si è unito in certo modo a ogni uomo»

 

Non sono, pertanto, giustificabili né la disperazione né il pessimismo, né la passività. Anche se con amarezza occorre dire che, come si può peccare per egoismo, per brama di guadagno esagerato e di potere, si può anche mancare, di fronte alle urgenti necessità di moltitudini umane immerse nel sottosviluppo, per timore, indecisione e, in fondo, per codardia.

 

 

Il regno di Dio e l’Eucaristia

La Chiesa sa che nessuna realizzazione temporale s’identifica col Regno di Dio, ma che tutte le realizzazioni non fanno che riflettere e anticipare la gloria del Regno, che attendiamo alla fine della storia, quando il Signore ritornerà…. Il Regno di Dio si fa presente soprattutto con la celebrazione del Sacramento dell’Eucaristia.. I beni di questo mondo e l’opera delle nostre mani-il pane e il vino-servono per la venuta del Regno definitivo, giacché il Signore mediante il suo Spirito li assume in se, per offrirsi al Padre e offrire noi con lui .. Così il Signore mediante l’Eucaristia ci unisce con sé e ci unisce tra di noi con un vincolo più forte di ogni unione naturale; e uniti ci invia al mondo intero per dare testimonianza, con la fede e con le opere, dell’amore di Dio, preparando la venuta del suo Regno e anticipandolo pur nelle ombre del tempo presente. Quanti partecipiamo dell’Eucaristia, siamo chiamati a scoprire il senso profondo della nostra azione nel mondo in favore dello sviluppo e della pace; ed a ricevere da esso le energie per impegnarci sempre più generosamente, sull’esempio di Cristo che in tale Sacramento dà la vita per i suoi amici (Gv15,13).

 

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