Categoria: Pillole Formative

11/03/2009

I piedi di Pietro

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Carissimi,

tra le cose forti che oggi stanno emergendo nella coscienza cristiana, c’è il convincimento che i piedi dei poveri sono il traguardo di ogni serio cammino spirituale.
Abbiamo capito un po’ tutti, cioè, che quando Gesù si curvò sulle prosaiche estremità dei suoi discepoli, più che offrirci il buon esempio dell’umiltà, volle soprattutto farci vedere, attraverso i moduli espressivi del servizio, verso quali basiliche avrèmmo dovuto ormai indirizzare i nostri pelle­grinaggi.
Se, però, almeno in teoria, non si fa più fatica ad ammet­tere nel povero la presenza privilegiata di Dio, stentiamo ancora a capire che i piedi di Pietro sono il primo santuario dinanzi al quale dobbiamo cadere in ginocchio.
In termini di servizio, è ovvio. Non in termini di ossequio: ché di questo, anzi, ce n’è fin troppo nei confronti del “pesca­tore”.
Sì, ce l’ha fatto capire Gesù: anche Pietro è un povero. Oggi più che mai.
Anzi, per usare la terminologia corrente, appartiene alla classe degli ultimi.
Noi non ce ne accorgiamo più, perché, a furia di fendere la tesi del “primato” di Pietro, abbiamo perso di vista che egli è il capostipite di quell’“ultimato” di poveri verso cui Gesù ha sempre espresso un amore preferenziale.
Sta di fatto, comunque, che, benché gli accoliti gli lavino ostentatamente le mani nei pontificali solenni, i piedi, però, non glieli lava nessuno. O almeno, sono rimasti in pochi quelli che riservano per lui l’amoroso gesto del Signore, dettato da amicizia senza lusinghe e suggerito da tenerezza senza adulazioni.
I più gli baciano “la scarpa”, o la “sacra pantofola”, come si diceva una volta.
In tanti vanno anche “ai piedi dell’Apostolo”.
Magari “provoluti”, per dirla alla latina.
Ma senza brocca, catino e asciugatoio.
Del resto, come farebbero a portarli, questi arnesi del ser­vizio, se “provoluti” è un termine di raffinata cortigianeria che, tradotto in italiano, significa “striscianti nella polvere”?
Povero Pietro. Forse sta scontando ancora gli effetti di quella iniziale resistenza, quando sottratto l’umido calcagno alla presa del Maestro, contestò caparbiamente: “Non mi laverai mai i piedi”! La sua voleva essere un’affettuosa pro­testa rivolta al Maestro. Ed è divenuta un’ amara profezia rivolta al popolo dei suoi condiscepoli.
Carissimi fratelli, se vi scrivo queste cose è perché temo che, a Pietro, oggi non gli si voglia molto bene.
Come se non bastasse il peso del mondo, gli incurviamo le spalle sotto il fardello delle nostre risse fraterne.
Anche se in teoria non viene discusso il suo prestigio, la sua parola non viene sempre accolta con l’attenzione e con l’obbedienza che merita colui che ha ricevuto da Cristo l’in­carico di confermare i fratelli nella fede. E non avviene di rado che, urtando le nostre barche sui fondali dell’ accomo­damento, i suoi inviti a prendere il largo vengono interpre­tati come involuzioni e chiusure.
Cadiamo una buona volta ai piedi di Pietro.
Non per adorarlo, come fece il centurione Cornelio.
Ma per lavarglieli, quei piedi. Oggi, specialmente, che sono così stanchi per il tanto camminare sulle strade del mondo.
Facciamogli sentire il tepore dell’ acqua. Prendiamo 1’a­sciugatoio che ha i profumi casalinghi dello spigo e delle mele­cotogne. Forse, mentre lo rinfrancheremo dalle sue fatiche con i gesti della tenerezza, cadute certe teorie puritane sullo spreco delle sue itineranze, ripeteremo pure noi i versetti di Isaia: “Come sono belli i piedi dei messaggeri che annunciano la pace!”.
Facciamoci raccontare, attorno a deschi fraterni, le mera­viglie operate dal Signore sulle piazze, come accadeva un tempo, quando la gente accorreva da ogni parte conducendo gli ammalati perché, “al passaggio di Pietro anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro”.
Diamo cadenze d’amore trepido alla nostra implora­zione, come avveniva un tempo quando “era tenuto in pri­gione, e una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui”.
Stiamogli vicino, a questo fratello ultimo, che forse più di ogni altro ha bisogno della nostra carità.
Forse, mentre 1’acqua tintinnerà nel catino, egli proverà tanto ristoro dalla nostra appassionata premura, che ci mor­morerà all’ orecchio, come quella sera fece con Gesù: “Non solo i piedi, ma anche le mani e il capo”.
Vi saluto,

 

don Tonino, vescovo

11/03/2009

Dalla testa ai piedi

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Carissimi,

cenere in testa e acqua sui piedi.
Tra questi due riti, si snoda la strada della quaresima. Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa.

Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri.
A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.
Pentimento e servizio.
Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’ acqua, più che alle parole.
Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un “linguaggio a lunga conserva­zione”.
È difficile, per esempio, sottrarsi all’urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’ autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: “Convertiti e credi al Vangelo”.
Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d’u­livo benedetti nell’ultima domenica delle palme. Se no, le allu­sioni all’impegno per la pace, all’ accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione.
Quello “shampoo alla cenere”, comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.
Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino.
È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bam­bini, l’abbiamo “udita con gli occhi”, pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente.
Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di reto­rica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.
Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate.
Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? “Una tantum” per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane?
Potenza evocatrice dei segni!
Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua.
La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal
cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri.
Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivo­lare il cammino del nostro ritorno a casa.
Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.
Un grande augurio,

don Tonino, vescovo

09/03/2009

Santità e bellezza

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La tradizione cristiana, soprattutto occidentale, ha operato un’interpretazione essenzialmente morale della santità. Questa però non consiste propriamente nel non peccare, bensì nel fare affidamento sulla misericordia di Dio che è più forte dei nostri peccati e capace di rialzare il credente che è caduto. Il santo è il canto innalzato alla misericordia di Dio, è colui che testimonia la vittoria del Dio tre volte santo e tre volte misericordioso. La santità cioè è grazia, dono, e chiede all’uomo l’apertura fondamentale per lasciarsi invadere dal dono divino: la santità dunque testimonia anzitutto il carattere responsoriale dell’esistenza cristiana, un carattere che afferma il primato dell’essere sul fare, del dono sulla prestazione, della gratuità sulla legge. Possiamo dire che la santità cristiana, anche nella sua dimensione etica, non ha un carattere legale o giuridico, ma eucaristico: è risposta alla cháris [grazia, ndr.] di Dio manifestata in Cristo Gesù. Ed è segnata perciò dalla gratitudine e dalla gioia; il santo è colui che dice a Dio: «Non io, ma Tu».

Questa ottica di grazia preveniente ci porta ad affermare che altro nome della santità è bellezza. Sì, nell’ottica cristiana la santità si declina anche come bellezza. Già il Nuovo Testamento associa queste due esortazioni ai cristiani: avere «una condotta santa» non è altro che avere «una condotta bella» (cfr. 1 Pietro 1,15-16 e 2,12). Articolata come bellezza, la santità appare anzitutto essere impresa non individualistica, non frutto dello sforzo, magari eroico, del singolo, ma evento di comunione. È la comunione raffigurata iconicamente in Mosè ed Elia «apparsi nella gloria» (Luca 9,31) e nei discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni radunati attorno al Cristo splendente nella luce della trasfigurazione. È la communio sanctorum, la comunione dei santi, di coloro che partecipano alla vita divina communicantes in Unum, comunicando con Colui che è l’unica sorgente della santità (cfr. Ebrei 2,11). Come non ricordare la cattedrale di Chartres con le statue dei santi dell’Antico e del Nuovo Testamento radunati attorno al Beau Dieu come tanti raggi che promanano dall’unico sole? La gloria di Colui che è «l’autore della bellezza» rifulge sul volto di Gesù, il Cristo (2 Corinti 4,6), il Messia cantato dal Salmista come «il più bello tra i figli dell’uomo» (Salmo 45,3), e si effonde nel cuore dei cristiani grazie all’azione dello Spirito santificatore, che plasma il loro volto a immagine e somiglianza del volto di Cristo, trasformando le loro individualità biologiche in eventi di relazione e comunione. E così la vita e la persona del cristiano possono conoscere qualcosa della bellezza della vita divina trinitaria, vita che è comunione, pericoresi di amore.

La santità è bellezza che contesta la bruttura della chiusura in sé, dell’egocentrismo, della philautía. È gioia che contesta la tristezza di chi non si apre al dono di amore, come il giovane ricco che «se ne andò triste» (Matteo 19,22). Ha scritto Léon Bloy: «Non c’è che una tristezza, quella di non essere santi». Ecco la santità, e la bellezza, come dono e responsabilità del cristiano. All’interno di un mondo che «è cosa bella» – come scandisce il racconto della Genesi – l’uomo viene creato da Dio nella relazione di alterità maschio-femmina e stabilito come partner adeguato per Dio, capace di ricevere i doni del suo amore, e quest’opera creazionale viene lodata come «molto bella» (Genesi 1,31). In un mondo chiamato alla bellezza, l’uomo, che è posto come responsabile del creato, ha la responsabilità della bellezza del mondo e della propria vita, di sé e degli altri. Se la bellezza è «una promessa di felicità» (Stendhal), allora ogni gesto, ogni parola, ogni azione ispirata a bellezza è profezia del mondo redento, dei cieli nuovi e della terra nuova, dell’umanità riunita nella Gerusalemme celeste in una comunione senza fine. La bellezza diviene profezia della salvezza: «è la bellezza» ha scritto Dostoevskij «che salverà il mondo».

Chiamati alla santità, i cristiani sono chiamati alla bellezza, ma allora noi ci possiamo porre questo interrogativo: che ne abbiamo fatto del mandato di custodire, creare e vivere la bellezza? Si tratta infatti di una bellezza da instaurare nelle relazioni, per fare della chiesa una comunità in cui si vivano realmente rapporti fraterni, ispirati a gratuità, misericordia e perdono; in cui nessuno dica all’altro: «Io non ho bisogno di te» (1 Corinti 12,21), perché ogni ferita alla comunione sfigura anche la bellezza dell’unico Corpo di Cristo. È una bellezza che deve caratterizzare la chiesa come luogo di luminosità (cfr. Matteo 5,14-16), spazio di libertà e non di paura, di dilatazione e non di conculcamento dell’umano, di simpatia e non di contrapposizione con gli uomini, di condivisione e solidarietà soprattutto con i più poveri. È bellezza che deve pervadere gli spazi, le liturgie, gli ambienti, e soprattutto quel tempio vivente di Dio che sono le persone stesse. È la bellezza che emerge dalla sobrietà, dalla povertà, dalla lotta contro l’idolatria e contro la mondanità. È la bellezza che rifulge là dove si fa vincere la comunione invece del consumo, la contemplazione e la gratuità invece del possesso e della voracità. Sì, il cristianesimo è philocalía, via di amore del bello, e la vocazione cristiana alla santità racchiude una vocazione alla bellezza, a fare della propria vita un capolavoro di amore. Il comando «Siate santi perché io, il Signore, sono santo» (Levitico 19,2; 1 Pietro 1,16) è ormai inscindibile dall’altro: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Giovanni 13,34). La bellezza cristiana non è un dato, ma un evento. Un evento di amore che narra sempre di nuovo, in maniera creativa e poetica, nella storia, la follia e la bellezza tragica dell’amore con cui Dio ci ha amati donandoci suo Figlio, Gesù Cristo.

 

Tratto da: Enzo Bianchi, Lessico della vita interiore. Le parole della spiritualità, BUR, pp.23-26.

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