Categoria: Dottrina sociale della Chiesa 10/11

09/03/2011

Centesimus Annus

di Staff — Categorie: Dottrina sociale della Chiesa 10/11Commenti disabilitati su Centesimus Annus

Pubblicata il primo maggio 1991, è la prima enciclica dopo il crollo del comunismo, a cento anni dalla pubblicazione della “Rerum Novarum” di Leone XIII. Infatti è considerata da alcuni come un vero e proprio epitaffio sulla tomba del comunismo. Giovanni Paolo II esamina gli errori compiuti dal socialismo nel tentativo di risolvere i problemi sociali.

Rerum Novarum (traduzione: delle cose nuove, delle novità) è il titolo dell’enciclica sociale promulgata il 15 maggio 1891 da papa Leone XIII con la quale per la prima volta la Chiesa cattolica prese posizione in ordine alle questioni sociali e fondò la moderna dottrina sociale cristiana.

In realtà, anche in precedenza la Chiesa non era rimasta indifferente ai problemi sociali esistenti (grazie soprattutto alla sensibilità dimostrata dai vescovi francesi), ma è proprio a partire da questo documento che i pontefici esprimeranno in modo nuovo e più esplicito la loro sollecitudine. Si tratterà di una voce profetica che si farà all’occasione anche chiara denuncia, come avverrà con le encicliche pubblicate da Pio XI nei confronti dei regimi totalitari nei primi decenni del ventesimo secolo. Con la pubblicazione della Rerum Novarum, Leone XIII sviluppa un’articolata analisi sulla condizione operaia nella società moderna e sulle possibili soluzioni dei problemi che essa impone. Alla base del testo papale vi sono tre capisaldi: la dignità dell’uomo, qualunque siano le sue ricchezze, la responsabilità di ciascuno di fronte ai bisogni dei propri fratelli, i doveri della classe dirigente nei confronti dei governati

Il movimento cattolico era diviso in varie correnti sull’atteggiamento da tenere nei confronti del capitalismo avanzante: c’era chi voleva un avvicinamento al movimento socialista, per tentare di mediare sull’ateismo professato dai marxisti. Altri auspicavano una sostanziale benedizione del progresso, del commercio, e del “laissez faire“. Una corrente molto importante era inoltre rappresentata dai corporativisti, che volevano un ritorno alle istituzioni economiche medievali, allo scopo di ricomporre la tensione sociale.

L’originalità dell’enciclica risiede nella sua mediazione: il Papa, ponendosi esattamente a metà strada fra le parti, ammonisce la classe operaia di non dar sfogo alla propria rabbia attraverso le idee di rivoluzione, di invidia ed odio verso i più ricchi, e chiede ai padroni di mitigare gli atteggiamenti verso i dipendenti e di abbandonare lo schiavismo cui erano sottoposti gli operai. Il Papa, inoltre, auspica che fra le parti sociali possa nascere un accordo nella questione sociale. Ammette le associazioni «sia di soli operai sia miste di operai e padroni». Invita anzi gli operai cristiani a formare proprie società piuttosto che ad aderire ad un’«organizzazione contraria allo spirito cristiano e al bene pubblico». L’enciclica esprime una condanna nei confronti del socialismo, della teoria della lotta di classe, della massoneria, preferendo che la questione sociale venga risolta dall’azione combinata di Chiesa, Stato, impiegati e datori di lavoro.

 

I – Tratti caratteristici della «Rerum Novarum» (NN. 4-11)

L’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell’industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l’unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l’aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto. Il quale è di tale e tanta gravità che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione e affatica l’ingegno dei dotti, i congressi dei sapienti, le assemblee popolari, le deliberazioni dei legislatori, i consigli dei principi, tanto che oggi non vi è questione che maggiormente interessi il mondo. (RN1)

 

Una società tradizionale si dissolveva e cominciava a formarsene un’altra, carica di speranza e di nuove forme di ingiustizia

In campo economico …era apparsa una nuova forma di proprietà, il capitale, e una nuova forma di lavoro, il lavoro salariato

  • gravosi ritmi di produzione, senza i dovuti riguardi per il sesso, l’età o la situazione familiare, ma unicamente determinato dall’efficienza in vista dell’incremento del profitto.

  • Il lavoro era una merce, liberamente acquistata e venduta sul mercato ed il cui prezzo era regolato dalla legge della domanda e dell’offerta, senza tener conto del necessario per il sostentamento della persona e della sua famiglia.

  • il lavoratore non aveva nemmeno la sicurezza di riuscire a vendere la «propria merce», essendo minacciato dalla disoccupazione, la quale, in assenza di previdenze sociali

  • Conseguenza di questa trasformazione era «la divisione della società in due classi separate da un abisso profondo»:tale situazione si intrecciava con l’accentuato mutamento di ordine politico.

 

Il Papa, come anche la comunità civile, si trovavano di fronte ad una società divisa da un conflitto… tra il capitale e il lavoro, o — come lo chiamava — la questione operaia, e proprio su di esso il Papa non esitò a dire la sua parola….contenuto essenziale dell’Enciclica fu appunto quello di proclamare le condizioni fondamentali della giustizia

 

DIRITTO DELLA CHIESA AD INTERVENIRE IN CAMPO SOCIALE

In questo modo Leone XIII stabiliva un paradigma permanente per la Chiesa. Questa, infatti, ha la sua parola da dire di fronte a determinate situazioni umane comunitarie. Ai tempi di Leone XIII una simile concezione del diritto-dovere della Chiesa era ben lontana dall’essere comunemente ammessa. Prevaleva, infatti, una duplice tendenza: l’una orientata a questo mondo ed a questa vita, alla quale la fede doveva rimanere estranea; l’altra rivolta verso una salvezza puramente ultraterrena, che però non illuminava né orientava la presenza sulla terra. L’atteggiamento del Papa nel pubblicare la Rerum novarum conferì alla Chiesa quasi uno «statuto di cittadinanza» nelle mutevoli realtà della vita pubblica…

 

DOTTRINA SOCIALE COME ANNUNCIO DEL VANGELO

Per la Chiesa insegnare e diffondere la dottrina sociale appartiene alla sua missione evangelizzatrice e fa parte essenziale del messaggio cristiano….. La «nuova evangelizzazione», di cui il mondo moderno ha urgente necessità e su cui ho più volte insistito, deve annoverare tra le sue componenti essenziali l’annuncio della dottrina sociale della Chiesa …. non c’è vera soluzione della «questione sociale» fuori del Vangelo e che, d’altra parte, le «cose nuove» possono trovare in esso il loro spazio di verità e la dovuta impostazione morale.

VALORE UNICO DELLA PERSONA

(11) ciò che fa da trama all’Enciclica, è la corretta concezione della persona umana e del suo valore unico, in quanto «l’uomo … in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa». In lui ha scolpito la sua immagine e somiglianza (cf Gn 1,26), conferendogli una dignità incomparabile… al di là dei diritti che l’uomo acquista col proprio lavoro, esistono diritti che non sono il corrispettivo di nessuna opera da lui prestata, ma che derivano dall’essenziale sua dignità di persona.

 

DIGNITA’ DEL LAVORATORE

Chiave di lettura del testo leoniano è la dignità del lavoratore e la dignità del lavoro. l Pontefice qualifica il lavoro come «personale», perché «la forza attiva è inerente alla persona e del tutto propria di chi la esercita ed al cui vantaggio fu data». Il lavoro appartiene alla vocazione di ogni persona; l’uomo, anzi, si esprime e si realizza nella sua attività di lavoro. Nello stesso tempo, il lavoro ha una dimensione «sociale» per la sua intima relazione sia con la famiglia, sia anche col bene comune, «poiché si può affermare con verità che il lavoro degli operai è quello che produce la ricchezza degli Stati»

 

DIRITTO ALLA PROPRIETA’ PRIVATA

Il Papa è ben cosciente del fatto che la proprietà privata non è un valore assoluto, né tralascia di proclamare i principi di necessaria complementarità, come quello della destinazione universale dei beni della terra.

 

DIRITTO DI CREARE ASSOCIAZIONI PROFESSIONALI

Si coglie qui la ragione per cui la Chiesa difende e approva la creazione di quelli che comunemente si chiamano sindacati, non certo per pregiudizi ideologici, né per cedere a una mentalità di classe, ma perché l’associarsi è un diritto naturale dell’essere umano e, dunque, anteriore rispetto alla sua integrazione nella società politica. Infatti, «non può lo Stato proibirne la formazione», perché «i diritti naturali lo Stato deve tutelarli. Vietando tali associazioni, esso contraddice se stesso».

 

DIRITTO ALLA LIMITAZIONE DELLE ORE DI LAVORO E AL RIPOSO

Insieme con questo diritto, che il Papa riconosce esplicitamente agli operai o, secondo il suo linguaggio, ai «proletari», sono affermati con eguale chiarezza il diritto alla «limitazione delle ore di lavoro», al legittimo riposo e ad un diverso trattamento dei fanciulli e delle donne quanto al tipo e alla durata del lavoro. «Non è giusto né umano — egli scrive — esigere dall’uomo tanto lavoro, da farne per la troppa fatica istupidire la mente e da fiaccarne il corpo… In ogni convenzione stipulata tra padroni ed operai vi è sempre la condizione o espressa o sottintesa» che si sia provveduto convenientemente al riposo, proporzionato «alla somma delle energie consumate nel lavoro»; poi conclude: «Un patto contrario sarebbe immorale».

 

DIIRITTO AL GIUSTO SALARIO

Non può essere lasciato «al libero consenso delle parti: sicché il datore di lavoro, pagata la mercede, ha fatto la sua parte, né sembra sia debitore di altro».Lo Stato — si diceva a quel tempo — non ha potere di intervenire nella determinazione di questi contratti, se non per assicurare l’adempimento di quanto è stato esplicitamente pattuito. Una simile concezione delle relazioni tra padroni e operai, puramente pragmatica ed ispirata ad un rigoroso individualismo, viene severamente biasimata nell’Enciclica, perché contraria alla duplice natura del lavoro, come fatto personale e necessario. Poiché, se il lavoro, in quanto personale, rientra nella disponibilità che ciascuno ha delle proprie facoltà ed energie, in quanto necessario è regolato dal grave obbligo che ciascuno ha di «conservarsi in vita»; «di qui nasce per necessaria conseguenza — conclude il Papa — il diritto di procurarsi i mezzi di sostentamento, che per la povera gente si riducono al salario del proprio lavoro». Il salario deve essere sufficiente a mantenere l’operaio e la sua famiglia. Se il lavoratore, «costretto dalla necessità, o per timore del peggio, accetta patti più duri perché imposti dal proprietario o dall’imprenditore, e che volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza contro la quale la giustizia protesta».

 

DIRITTO AD ADEMPIERE I DOVERI RELIGIOSI

Il Papa lo proclama nel contesto degli altri diritti e doveri degli operai, nonostante il clima generale che, anche ai suoi tempi, considerava certe questioni come attinenti esclusivamente all’ambito privato. Egli afferma la necessità del riposo festivo, perché l’uomo sia riportato al pensiero dei beni celesti e al culto dovuto alla maestà divina. Di questo diritto, radicato in un comandamento, nessuno può privare l’uomo: «A nessuno è lecito violare impunemente la dignità dell’uomo, di cui Dio stesso dispone con grande rispetto»; di conseguenza, lo Stato deve assicurare all’operaio l’esercizio di tale libert. Non sbaglierebbe chi in questa limpida affermazione vedesse il germe del principio del diritto alla libertà religiosa, divenuto poi oggetto di molte solenni Dichiarazioni e Convenzioni internazionali. Al riguardo, ci si deve domandare se gli ordinamenti legali vigenti e la prassi delle società industrializzate assicurino oggi effettivamente l’elementare diritto al riposo festivo.

 

DOVERE DELLE STATO DI TUTELARE I POVERI

Lo Stato non può limitarsi a «provvedere ad una parte dei cittadini», cioè a quella ricca e prospera, e non può «trascurare l’altra», che rappresenta indubbiamente la grande maggioranza del corpo sociale; altrimenti si offende la giustizia, che vuole si renda a ciascuno il suo. «Tuttavia, nel tutelare questi diritti dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. La classe dei ricchi, forte per se stessa, ha meno bisogno della pubblica difesa; la classe proletaria, mancando di un proprio sostegno, ha speciale necessità di cercarla nella protezione dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e bisognosi, lo Stato deve rivolgere di preferenza le sue cure e provvidenze».

La solidarietà si dimostra come uno dei principi basilari della concezione cristiana dell’organizzazione sociale e politica. Esso è più volte enunciato da Leone XIII col nome di «amicizia», da Pio XI «carità sociale», mentre Paolo VI «civiltà dell’amore»…..

II – ERRORI DEL SOCIALISMO (NN. 12ss)

 

INCITAMENTO ALL’ODIO

Papa Leone, infatti, previde le conseguenze negative sotto tutti gli aspetti, politico, sociale ed economico, di un ordinamento della società quale proponeva il «socialismo», che allora era allo stadio di filosofia sociale e di movimento più o meno strutturato. … Le sue parole meritano di essere rilette con attenzione: «Per rimediare a questo male (l’ingiusta distribuzione delle ricchezze e la miseria dei proletari), i socialisti spingono i poveri all’odio contro i ricchi, e sostengono che la proprietà privata deve essere abolita ed i beni di ciascuno debbono essere comuni a tutti …; ma questa teoria, oltre a non risolvere la questione, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché contro i diritti dei legittimi proprietari snatura le funzioni dello Stato e scompagina tutto l’ordine sociale».

 

ERRATA ANTROPOLOGIA

L’errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico. Esso, infatti, considera il singolo uomo come un semplice elemento ed una molecola dell’organismo sociale, di modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale, mentre ritiene, d’altro canto, che quel medesimo bene possa essere realizzato prescindendo dalla sua autonoma scelta, dalla sua unica ed esclusiva assunzione di responsabilità davanti al bene o al male.

  • L’uomo così è ridotto ad una serie di relazioni sociali, e scompare il concetto di persona come soggetto autonomo di decisione morale, il quale costruisce mediante tale decisione l’ordine sociale.

  • L’uomo, infatti, privo di qualcosa che possa «dir suo» e della possibilità di guadagnarsi da vivere con la sua iniziativa, viene a dipendere dalla macchina sociale e da coloro che la controllano: il che gli rende molto più difficile riconoscere la sua dignità di persona ed inceppa il cammino per la costituzione di un’autentica comunità umana.

  • Secondo la Rerum novarum e tutta la dottrina sociale della Chiesa, la socialità dell’uomo non si esaurisce nello Stato, ma si realizza in diversi gruppi intermedi, cominciando dalla famiglia fino ai gruppi economici, sociali, politici e culturali. È quello che ho chiamato la «soggettività» della società che, insieme alla soggettività dell’individuo, è stata annullata dal «socialismo reale».

 

ATEISMO

Se ci si domanda poi donde nasca quell’errata concezione della natura della persona e della «soggettività» della società, bisogna rispondere che la prima causa è l’ateismo. È nella risposta all’appello di Dio, contenuto nell’essere delle cose, che l’uomo diventa consapevole della sua trascendente dignità… La negazione di Dio priva la persona del suo fondamento e, di conseguenza, induce a riorganizzare l’ordine sociale prescindendo dalla dignità e responsabilità della persona. L’ateismo di cui si parla, del resto, è strettamente connesso col razionalismo illuministico, che concepisce la realtà umana e sociale in modo meccanicistico.

 

LOTTA DI CLASSE

Dalla medesima radice ateistica scaturisce anche la scelta dei mezzi di azione propria del socialismo, che è condannato nella Rerum novarum. Si tratta della lotta di classe… l’idea di un conflitto che non è limitato da considerazioni di carattere etico o giuridico, che si rifiuta di rispettare la dignità della persona nell’altro (e, di conseguenza, in se stesso), che esclude, perciò, un ragionevole accomodamento e persegue non già il bene generale della società, bensì un interesse di parte che si sostituisce al bene comune e vuol distruggere ciò che gli si oppone. Si tratta, in una parola, della ripresentazione della dottrina della «guerra totale», che il militarismo e l’imperialismo… cioè l’assoluto prevalere della propria parte mediante la distruzione del potere di resistenza della parte avversa, distruzione attuata con ogni mezzo, non esclusi l’uso della menzogna, il terrore contro i civili, le armi di sterminio. Lotta di classe in senso marxista e militarismo, dunque, hanno le stesse radici: l’ateismo e il disprezzo della persona umana, che fan prevalere il principio della forza su quello della ragione e del diritto.

 

La Rerum novarum si oppone alla statalizzazione degli strumenti di produzione, che ridurrebbe ogni cittadino ad un «pezzo» nell’ingranaggio della macchina dello Stato. Non meno decisamente essa critica la concezione dello Stato che lascia il settore dell’economia totalmente al di fuori del suo campo di interesse e di azione.

  • Esso ha il compito di determinare la cornice giuridica, al cui interno si svolgono i rapporti economici, e di salvaguardare in tal modo le condizioni prime di un’economia libera, che presuppone una certa eguaglianza tra le parti, tale che una di esse non sia tanto più potente dell’altra da poterla ridurre praticamente in schiavitù…

  • Al conseguimento di questi fini lo Stato deve concorrere sia direttamente che indirettamente. Indirettamente e secondo il principio di sussidiarietà, creando le condizioni favorevoli al libero esercizio dell’attività economica. Direttamente con il principio di solidarietà, ponendo a difesa del più debole alcuni limiti all’autonomia delle parti

 

L’Enciclica ed il Magistero sociale, ad essa collegato, ebbero una molteplice influenza negli anni tra il XIX e il XX secolo. Tale influenza si riflette in numerose riforme introdotte nei settori della previdenza sociale, delle pensioni, delle assicurazioni contro le malattie, della prevenzione degli infortuni, nel quadro di un maggiore rispetto dei diritti dei lavoratori.

Le riforme in parte furono realizzate dagli Stati, ma un ruolo importante l’ebbe il Movimento operaio. .. Le stesse riforme furono anche il risultato di un libero processo di auto-organizzazione della società, con la messa a punto di strumenti di solidarietà. È da ricordare il contributo dei cristiani nella fondazione di cooperative di produzione, di consumo e di credito, nel promuovere l’istruzione popolare e professionale, nella sperimentazione di forme di partecipazione alla vita dell’impresa e, in generale, della società.

III – IL 1989 (NN. 23-29)

Partendo dalla situazione mondiale ora descritta, e già ampiamente esposta nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis, si comprende l’inaspettata e promettente portata degli avvenimenti degli ultimi anni. Il loro culmine certo sono stati gli avvenimenti del 1989 nei Paesi dell’Europa centrale ed orientale, ma essi abbracciano un arco di tempo ed un orizzonte geografico più ampi. Nel corso degli anni ’80 crollano progressivamente in alcuni Paesi dell’America Latina, ma anche dell’Africa e dell’Asia certi regimi dittatoriali ed oppressivi; in altri casi inizia un difficile, ma fecondo cammino di transizione verso forme politiche più partecipative e più giuste. Un contributo importante, anzi decisivo, ha dato l’impegno della Chiesa per la difesa e la promozione dei diritti dell’uomo…. Gli avvenimenti dell’ ’89 offrono l’esempio del successo della volontà di negoziato e dello spirito evangelico… una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia… facendo appello alla coscienza dell’avversario e cercando di risvegliare in lui il senso della comune dignità umana

 

FATTORI DELLA CADUTA DEI REGIMI

1) Violazione dei diritti del lavoro.

Non si può dimenticare che la crisi fondamentale dei sistemi, che pretendono di esprimere il governo ed anzi la dittatura degli operai, inizia con i grandi moti avvenuti in Polonia in nome della solidarietà. Sono le folle dei lavoratori a delegittimare l’ideologia, che presume di parlare in loro nome, ed a ritrovare e quasi riscoprire, partendo dall’esperienza vissuta e difficile del lavoro e dell’oppressione, espressioni e principi della dottrina sociale della Chiesa.

 

2) Inefficienza del sistema economico

Non va considerata come un problema soltanto tecnico, ma piuttosto come conseguenza della violazione dei diritti umani all’iniziativa, alla proprietà ed alla libertà nel settore dell’economia. A questo aspetto va poi associata la dimensione culturale e nazionale: non è possibile comprendere l’uomo partendo unilateralmente dal settore dell’economia, né è possibile definirlo semplicemente in base all’appartenenza di classe.

 

3) Vuoto spirituale provocato dall’ateismo

Ha lasciato prive di orientamento le giovani generazioni e in non rari casi le ha indotte a riscoprire le radici religiose della cultura delle loro Nazioni e la stessa persona di Cristo, come risposta esistenzialmente adeguata al desiderio di bene, di verità e di vita che è nel cuore di ogni uomo. Il marxismo aveva promesso di sradicare il bisogno di Dio dal cuore dell’uomo, ma i risultati hanno dimostrato che non è possibile riuscirci senza sconvolgere il cuore.

 

LETTURA TEOLOGICA DEL CROLLO

Dove la società si organizza riducendo arbitrariamente o, addirittura, sopprimendo la sfera in cui la libertà legittimamente si esercita, il risultato è che la vita sociale progressivamente si disorganizza e decade. Inoltre, l’uomo creato per la libertà porta in sé la ferita del peccato originale, che continuamente lo attira verso il male e lo rende bisognoso di redenzione. Questa dottrina non solo è parte integrante della Rivelazione cristiana, ma ha anche un grande valore ermeneutico, in quanto aiuta a comprendere la realtà umana. L’uomo tende verso il bene, ma è pure capace di male; può trascendere il suo interesse immediato e, tuttavia, rimanere ad esso legato. L’ordine sociale sarà tanto più solido, quanto più terrà conto di questo fatto e non opporrà l’interesse personale a quello della società nel suo insieme, ma cercherà piuttosto i modi della loro fruttuosa coordinazione. Difatti, dove l’interesse individuale è violentemente soppresso, esso è sostituito da un pesante sistema di controllo burocratico, che inaridisce le fonti dell’iniziativa e della creatività. Quando gli uomini ritengono di possedere il segreto di un’organizzazione sociale perfetta che renda impossibile il male, ritengono anche di poter usare tutti i mezzi, anche la violenza o la menzogna, per realizzarla. La politica diventa allora una «religione secolare», che si illude di costruire il paradiso in questo mondo…. La parabola evangelica del buon grano e della zizzania (cf Mt 13,24-30.36-43) insegna che spetta solo a Dio separare i soggetti del Regno ed i soggetti del Maligno, e che siffatto giudizio avrà luogo alla fine dei tempi. Pretendendo di anticipare fin d’ora il giudizio, l’uomo si sostituisce a Dio e si oppone alla sua pazienza.

 

NUOVE NECESSITA’

  • Occorrono passi concreti per creare o consolidare strutture internazionali capaci di intervenire, per il conveniente arbitrato, nei conflitti che insorgono tra le Nazioni, sicché ciascuna di esse possa far valere i propri diritti

  • Occorre un grande sforzo per la ricostruzione morale ed economica nei Paesi che hanno abbandonato il comunismo. Per alcuni Paesi di Europa inizia, in un certo senso, il vero dopoguerra. È giusto che nelle presenti difficoltà i Paesi ex-comunisti siano sostenuti dallo sforzo solidale delle altre Nazioni

  • Lo sviluppo non deve essere inteso in un modo esclusivamente economico, ma in senso integralmente umano. Non si tratta solo di elevare tutti i popoli al livello di cui godono oggi i Paesi più ricchi, ma di far crescere effettivamente la dignità e la creatività di ogni singola persona. Al culmine dello sviluppo sta l’esercizio del diritto-dovere di cercare Dio, di conoscerlo e di vivere secondo tale conoscenza. Nei regimi totalitari è stato portato all’estremo il principio del primato della forza sulla ragione. L’uomo è stato costretto a subire una concezione della realtà imposta con la forza. Bisogna riconoscere integralmente i diritti della coscienza umana.

  • perché le antiche forme di totalitarismo e di autoritarismo non sono ancora del tutto debellate; perché nei Paesi sviluppati si fa a volte un’eccessiva propaganda dei valori puramente utilitaristici, con la sollecitazione sfrenata degli istinti e delle tendenze al godimento immediato, la quale rende difficile il riconoscimento ed il rispetto della gerarchia dei veri valori dell’umana esistenza; perché in alcuni Paesi emergono nuove forme di fondamentalismo religioso che negano ai cittadini di fedi diverse da quelle della maggioranza il pieno esercizio dei loro diritti.

IV – La proprietà privata e l’universale destinazione dei beni (nn. 30-43)

Nella Rerum novarum Leone XIII affermava con forza e con vari argomenti, contro il socialismo del suo tempo, il carattere naturale del diritto di proprietà privata.. e con pari chiarezza che l’«uso» dei beni, affidato alla libertà, è subordinato alla loro originaria destinazione comune di beni creati ed anche alla volontà di Gesù Cristo, manifestata nel Vangelo. Infatti scriveva: «I fortunati dunque sono ammoniti …: i ricchi debbono tremare, pensando alle minacce di Gesù Cristo. Rileggendo tale insegnamento sul diritto di proprietà e la destinazione comune dei beni in rapporto al nostro tempo, si può porre la domanda circa l’origine dei beni che sostentano la vita dell’uomo.

 

ORIGINE DESTINAZIONE UNIVERSALE

La prima origine di tutto ciò che è bene è l’atto stesso di Dio che ha creato la terra e l’uomo, ed all’uomo ha dato la terra perché la domini col suo lavoro e ne goda i frutti (cf Gn 1,28-29). Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno. È qui la radice dell’universale destinazione dei beni della terra… è il primo dono di Dio per il sostentamento della vita umana.

 

ORIGINE PROPRIETA’ PRIVATA

Ora, la terra non dona i suoi frutti senza una peculiare risposta dell’uomo al dono di Dio, cioè senza il lavoro: è mediante il lavoro che l’uomo, usando la sua intelligenza e la sua libertà, riesce a dominarla e ne fa la sua degna dimora. In tal modo egli fa propria una parte della terra, che appunto si è acquistata col lavoro. È qui l’origine della proprietà individuale. E ovviamente egli ha anche la responsabilità di non impedire che altri uomini abbiano la loro parte del dono di Dio

 

ANTICO FATTORE DEL LAVORO

Nella storia si ritrovano sempre questi due fattori, il lavoro e la terra, al principio di ogni società umana. Un tempo la naturale fecondità della terra appariva e di fatto era il principale fattore della ricchezza, mentre il lavoro era come l’aiuto ed il sostegno di tale fecondità.

 

NUOVO FATTORE DEL LAVORO

Nel nostro tempo diventa sempre più rilevante il ruolo del lavoro umano, come fattore produttivo delle ricchezze immateriali e materiali;

  • diventa, inoltre, evidente come il lavoro di un uomo si intrecci naturalmente con quello di altri uomini. Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno.

  • Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo, quanto più l’uomo è capace di conoscere le potenzialità produttive della terra e di leggere in profondità i bisogni dell’altro uomo, per il quale il lavoro è fatto.

  • un’altra forma di proprietà esiste, in particolare, nel nostro tempo e riveste un’importanza non inferiore a quella della terra: è la proprietà della conoscenza, della tecnica e del sapere. Su questo tipo di proprietà si fonda la ricchezza delle Nazioni industrializzate molto più che su quella delle risorse naturali.

  • Chi produce un oggetto, lo fa in genere, oltre che per l’uso personale, perché altri possano usarne dopo aver pagato il giusto prezzo, stabilito di comune accordo mediante una libera trattativa. Ora, proprio la capacità di conoscere tempestivamente i bisogni degli altri uomini e le combinazioni dei fattori produttivi più idonei a soddisfarli, è un’altra importante fonte di ricchezza nella società moderna… molti beni non possono essere prodotti in modo adeguato dall’opera di un solo individuo, ma richiedono la collaborazione di molti al medesimo fine.

 

Organizzare un tale sforzo produttivo, pianificare la sua durata nel tempo, procurare che esso corrisponda in modo positivo ai bisogni che deve soddisfare, assumendo i rischi necessari: è, anche questo, una fonte di ricchezza nell’odierna società. Così diventa sempre più evidente e determinante il ruolo del lavoro umano disciplinato e creativo e delle capacità di iniziativa e di imprenditorialità.

 

 

PRINCIPALE RISORSA DEL LAVORO E’ L’UOMO STESSO

Un tale processo, che mette concretamente in luce una verità sulla persona incessantemente affermata dal cristianesimo, deve essere riguardato con attenzione e favore. In effetti, la principale risorsa dell’uomo insieme con la terra è l’uomo stesso.

  • È la sua intelligenza che fa scoprire le potenzialità produttive della terra e le multiformi modalità con cui i bisogni umani possono essere soddisfatti.

  • È il suo disciplinato lavoro, in solidale collaborazione, che consente la creazione di comunità di lavoro sempre più ampie ed affidabili per operare la trasformazione dell’ambiente naturale e dello stesso ambiente umano.

  • In questo processo sono coinvolte importanti virtù, come la diligenza, la laboriosità, la prudenza nell’assumere i ragionevoli rischi, l’affidabilità e la fedeltà nei rapporti interpersonali, la fortezza nell’esecuzione di decisioni difficili e dolorose, ma necessarie per il lavoro comune dell’azienda e per far fronte agli eventuali rovesci di fortuna.

 

Se un tempo il fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l’uomo stesso (RISORSE UMANE) e cioè la sua capacità di conoscenza che viene in luce mediante il sapere scientifico, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell’altro.

 

 

RICADUTA DEL PROCESSO NEL TERZO MONDO

Essi non hanno la possibilità di acquisire le conoscenze di base, che permettono di esprimere la loro creatività e di sviluppare le loro potenzialità, né di entrare nella rete di conoscenze ed intercomunicazioni, che consentirebbe di vedere apprezzate ed utilizzate la loro qualità. Essi insomma, se non proprio sfruttati, sono ampiamente emarginati, e lo sviluppo economico si svolge, per così dire, sopra la loro testa, quando non restringe addirittura gli spazi già angusti delle loro antiche economie di sussistenza. Incapaci di resistere alla concorrenza di merci prodotte in modi nuovi e ben rispondenti ai bisogni, allettati dallo splendore di un’opulenza ostentata, ma per loro irraggiungibile e, al tempo stesso, stretti dalla necessità, questi uomini affollano le città del Terzo Mondo.

  • Molti altri uomini, pur non essendo del tutto emarginati, vivono all’interno di ambienti in cui è assolutamente primaria la lotta per il necessario e vigono ancora le regole del capitalismo delle origini, nella «spietatezza» di una situazione che non ha nulla da invidiare a quella dei momenti più bui della prima fase di industrializzazione. In altri casi è ancora la terra ad essere l’elemento centrale del processo economico, e coloro che la coltivano, esclusi dalla sua proprietà, sono ridotti in condizioni di semi-servitù

  • In questi casi si può ancora oggi, come al tempo della Rerum novarum, parlare di uno sfruttamento inumano…. per i poveri alla mancanza di beni materiali si è aggiunta quella del sapere e della conoscenza, che impedisce loro di uscire dallo stato di umiliante subordinazione.

  • L’esperienza ha dimostrato che i Paesi che si sono esclusi hanno conosciuto stagnazione e regresso, mentre hanno conosciuto lo sviluppo i Paesi che sono riusciti ad entrare nella generale interconnessione delle attività economiche a livello internazionale.. il maggior problema sia quello di ottenere un equo accesso al mercato internazionale, fondato non sul principio dello sfruttamento delle risorse naturali, ma sulla valorizzazione delle risorse umane

  • Nei contesti di Terzo Mondo conservano la loro validità gli obiettivi indicati dalla Rerum novarum, per evitare la riduzione del lavoro dell’uomo e dell’uomo stesso al livello di una semplice merce: il salario sufficiente per la vita della famiglia; le assicurazioni sociali per la vecchiaia e la disoccupazione; la tutela delle condizioni di lavoro.

 

Aspetti tipici del Terzo Mondo emergono anche nei Paesi sviluppati.. Coloro che non riescono a tenersi al passo con i tempi possono facilmente essere emarginati; insieme con essi lo sono gli anziani, i giovani, soggetti più deboli, e il cosiddetto Quarto Mondo. Anche la situazione della donna in queste condizioni è tutt’altro che facile.

  • il libero mercato è lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni «solvibili», che dispongono di un potere d’acquisto, e per quelle risorse che sono «vendibili»… Ma esistono numerosi bisogni umani che non hanno accesso al mercato.

  • Prima ancora della logica dello scambio degli equivalenti, esiste un qualcosa che è dovuto all’uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità. Questo qualcosa dovuto comporta inseparabilmente la possibilità di sopravvivere e di dare un contributo attivo al bene comune dell’umanità

  • Si apre qui un grande e fecondo campo di impegno e di lotta per i sindacati e per le altre organizzazioni dei lavoratori, svolgendo al tempo stesso una funzione essenziale di carattere culturale, per farli partecipare in modo più pieno e degno alla vita della Nazione ed aiutarli lungo il cammino dello sviluppo.

 

NE CAPITALISMO, NE SOCIALISMO, MA PARTECIPAZIONE

In questo senso si può parlare di lotta contro un sistema economico, inteso come metodo che assicura l’assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo.

A questa lotta contro un tale sistema non si pone, come modello alternativo, il sistema socialista, che di fatto risulta essere un capitalismo di stato, ma una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione. Essa non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società….. è inaccettabile l’affermazione che la sconfitta del cosiddetto «socialismo reale» lasci il capitalismo come unico modello di organizzazione economica.

  • La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell’azienda: quando un’azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti.

 

  • Tuttavia, il profitto non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l’efficienza economica dell’azienda.

 

  • Scopo dell’impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società. Il profitto è un regolatore della vita dell’azienda, ma non è l’unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali egualmente essenziali per l’impresa.

 

  • Occorre assicurare a tutti le condizioni di base che consentano di partecipare allo sviluppo. Occorre che le Nazioni più forti sappiano offrire a quelle più deboli occasioni di inserimento nella vita internazionale, e che quelle più deboli sappiano cogliere tali occasioni, facendo gli sforzi e i sacrifici necessari, assicurando la stabilità del quadro politico ed economico, la certezza di prospettive per il futuro, la crescita delle capacità dei propri lavoratori, la formazione di imprenditori efficienti e consapevoli delle loro responsabilità

PROBLEMI DELLE ECONOMIE AVANZATE

Conviene ora rivolgere l’attenzione agli specifici problemi ed alle minacce, che insorgono all’interno delle economie più. Non è male desiderare di viver meglio, ma è sbagliato lo stile di vita che si presume esser migliore, quando è orientato all’avere e non all’essere e vuole avere di più non per essere di più, ma per consumare l’esistenza in un godimento fine a se stesso.

 

CONSUMISMO Individuando nuovi bisogni e nuove modalità per il loro soddisfacimento, è necessario lasciarsi guidare da un’immagine integrale dell’uomo, che rispetti tutte le dimensioni del suo essere e subordini quelle materiali e istintive a quelle interiori e spirituali. Al contrario, rivolgendosi direttamente ai suoi istinti, si possono creare abitudini di consumo e stili di vita oggettivamente illeciti e spesso dannosi per la sua salute fisica e spirituale.

  • EDUCARE I CONSUMATORI Il sistema economico non possiede al suo interno criteri che consentano di distinguere correttamente le forme nuove e più elevate di soddisfacimento dei bisogni umani dai nuovi bisogni indotti, che ostacolano la formazione di una matura personalità. È, perciò, necessaria ed urgente una grande opera educativa e culturale, la quale comprenda l’educazione dei consumatori ad un uso responsabile del loro potere di scelta, la formazione di un alto senso di responsabilità nei produttori e nei professionisti delle comunicazioni di massa

 

DROGA Un esempio vistoso di consumo artificiale, contrario alla salute e alla dignità dell’uomo e certo non facile a controllare, è quello della droga. La sua diffusione è indice di una grave disfunzione del sistema sociale e sottintende anch’essa una «lettura» materialistica e, in un certo senso, distruttiva dei bisogni umani. La droga come anche la pornografia ed altre forme di consumismo, sfruttando la fragilità dei deboli, tentano di riempire il vuoto spirituale che si è venuto a creare.

  • STILI DIVITA È necessario adoperarsi per costruire stili di vita, nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti.

  • SCELTE MORALI E CULTURALI In proposito, non posso ricordare solo il dovere della carità, cioè il dovere di sovvenire col proprio «superfluo» e, talvolta, anche col proprio «necessario» per dare ciò che è indispensabile alla vita del povero. Alludo al fatto che anche la scelta di investire in un luogo piuttosto che in un altro, in un settore produttivo piuttosto che in un altro, è sempre una scelta morale e culturale. Poste certe condizioni economiche e di stabilità politica assolutamente imprescindibili, la decisione di investire, cioè di offrire ad un popolo l’occasione di valorizzare il proprio lavoro, è anche determinata da un atteggiamento di simpatia e dalla fiducia nella Provvidenza

 

QUESTIONE ECOLOGICA Del pari preoccupante, accanto al problema del consumismo e con esso strettamente connessa, è la questione ecologica. L’uomo, preso dal desiderio di avere e di godere, più che di essere e di crescere, consuma in maniera eccessiva e disordinata le risorse della terra e la sua stessa vita. … Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria forma ed una destinazione anteriore datale da Dio, che l’uomo può, sì, sviluppare, ma non deve tradire. Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura,

 

FRAGILITA’ DELLE RELAZIONI Oltre all’irrazionale distruzione dell’ambiente naturale è qui da ricordare quella, ancor più grave, dell’ambiente umano,. Mentre ci si preoccupa giustamente, anche se molto meno del necessario, di preservare gli «habitat» naturali delle diverse specie animali minacciate di estinzione, perché ci si rende conto che ciascuna di esse apporta un particolare contributo all’equilibrio generale della terra, ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un’autentica «ecologia umana». Non solo la terra è stata data da Dio all’uomo, ma l’uomo è donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato.

  • La prima e fondamentale struttura a favore dell’«ecologia umana» è la famiglia, in seno alla quale l’uomo riceve le prime nozioni di verità e bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e cosa vuol dire essere persona.

  • compito dello Stato provvedere alla difesa e alla tutela di quei beni collettivi, come l’ambiente naturale e l’ambiente umano, la cui salvaguardia non può essere assicurata dai semplici meccanismi di mercato. Nel vecchio capitalismo lo Stato aveva il dovere di difendere i diritti del lavoro, ora col nuovo capitalismo esso devei difendere i beni collettivi

 

ALIENAZIONE Si ritrova qui un nuovo limite del mercato: ci sono bisogni collettivi e qualitativi che non possono essere soddisfatti mediante i suoi meccanismi; ci sono esigenze umane importanti che sfuggono alla sua logica; ci sono dei beni che, in base alla loro natura, non si possono e non si debbono vendere e comprare. Certo, i meccanismi di mercato offrono sicuri vantaggi: aiutano, tra l’altro, ad utilizzare meglio le risorse; favoriscono lo scambio dei prodotti e, soprattutto, pongono al centro la volontà e le preferenze della persona che nel contratto si incontrano con quelle di un’altra persona. Tuttavia, essi comportano il rischio di un’«idolatria» del mercato, che ignora l’esistenza dei beni che, per loro natura, non sono né possono essere merci.

 

  • Il marxismo ha criticato le società capitalistiche, rimproverando l’alienazione dell’esistenza umana basato su una concezione errata dell’alienazione, che la fa derivare solo dalla sfera dei rapporti di produzione e di proprietà, (Vendersi al padrone) negando la positività delle relazioni di mercato. L‘esperienza dei Paesi socialisti ha dimostrato che il collettivismo non sopprime l’alienazione, ma l’accresce, aggiungendovi penuria di cose e l’inefficienza.

  • L’Occidente, da parte sua, dimostra che l’alienazione con la perdita del senso autentico dell’esistenza è un fatto reale anche nelle società occidentali. Essa si verifica nel consumo, (Vendersi ai consumi indotti) quando l’uomo è implicato in una rete di false e superficiali soddisfazioni, anziché essere aiutato a fare l’autentica e concreta esperienza della sua personalità. Essa si verifica anche nel lavoro, quando è organizzato in modo tale da «massimizzare» soltanto i suoi frutti e proventi e non ci si preoccupa che il lavoratore, mediante il proprio lavoro, si realizzi di più o di meno come uomo, a seconda che cresca la sua partecipazione in un’autentica comunità solidale

PASSARE DALL’ALIENAZIONE ALLA DONAZIONE

È necessario ricondurre il concetto di alienazione alla visione cristiana:

  • quando non riconosce il valore e la grandezza della persona in se stesso e nell’altro, l’uomo di fatto si priva della possibilità di fruire della propria umanità e di entrare in quella relazione di solidarietà e di comunione con gli altri uomini. È, infatti, mediante il libero dono di sé che l’uomo diventa autenticamente se stesso e questo dono è reso possibile dall’essenziale «capacità di trascendenza» della persona umana. L’uomo non può donare se stesso ad un progetto solo umano della realtà, ad un ideale astratto o a false utopie.

  • Egli, in quanto persona, può donare se stesso ad un’altra persona o ad altre persone e, infine, a Dio, che è l’autore del suo essere ed è l’unico che può pienamente accogliere il suo dono.

  • È alienato l’uomo che rifiuta di trascendere se stesso e di vivere l’esperienza del dono di sé e della formazione di un’autentica comunità umana, orientata al suo destino ultimo che è Dio.

  • È alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana.

 

Nella società occidentale è stato superato lo sfruttamento, almeno nelle forme analizzate e descritte da Carlo Marx. Non è stata superata, invece, l’alienazione nelle varie forme di sfruttamento, quando gli uomini si strumentalizzano vicendevolmente e, nel soddisfacimento sempre più raffinato dei loro bisogni particolari e secondari, diventano sordi a quelli principali ed autentici, che devono regolare anche le modalità di soddisfacimento degli altri bisogni.

  • L’uomo che si preoccupa solo dell’avere e del godimento, non più capace di dominare i suoi istinti e le sue passioni e di subordinarle mediante l’obbedienza alla verità, non può essere libero: l’obbedienza alla verità su Dio e sull’uomo è la condizione prima della libertà, consentendogli di ordinare i propri bisogni, i propri desideri e le modalità del loro soddisfacimento secondo una giusta gerarchia, di modo che il possesso delle cose sia per lui un mezzo di crescita.

  • Un ostacolo a tale crescita può venire dalla manipolazione operata da quei mezzi di comunicazione di massa che impongono, con la forza di una ben orchestrata insistenza, mode e movimenti di opinione, senza che sia possibile sottoporre a una disamina critica le premesse su cui essi si fondano.

 

CAPITALISMO COME ECONOMIA A SERVIZIO DELLA PERSONA

Si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo?

  • Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d’impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera».

  • Ma se con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa.

  • La Chiesa offre, come indispensabile orientamento ideale, la propria dottrina sociale, che riconosce la positività del mercato e dell’impresa, ma indica, nello stesso tempo, la necessità che questi siano orientati verso il bene comune.

 

L’AZIENDA, L’UOMO, IL LAVORO (n° 43)

  • L’azienda non può esser considerata solo come una «società di capitali»; essa, al tempo stesso, è una «società di persone», di cui entrano a far parte in modo diverso e con specifiche responsabilità sia coloro che forniscono il capitale necessario per la sua attività, sia coloro che vi collaborano col loro lavoro.

  • Per conseguire questi fini è necessario un movimento associato dei lavoratori, il cui obiettivo è la promozione integrale della persona.

  • L’uomo realizza se stesso per mezzo della sua intelligenza e della sua libertà e, nel fare questo, assume come oggetto e come strumento le cose del mondo e di esse si appropria. In questo suo agire sta il fondamento del diritto all’iniziativa e alla proprietà individuale.

  • Mediante il suo lavoro l’uomo s’impegna non solo per se stesso, ma anche per gli altri e con gli altri: ciascuno collabora al lavoro ed al bene altrui. L’uomo lavora per sovvenire ai bisogni della sua famiglia, della comunità di cui fa parte, della Nazione e, in definitiva, dell’umanità tutta. Egli collabora al lavoro degli altri, che operano nella stessa azienda, nonché al lavoro dei fornitori o al consumo dei clienti

  • La proprietà dei mezzi di produzione sia in campo industriale che agricolo è giusta e legittima, se serve ad un lavoro utile; diventa, invece, illegittima, quando non viene valorizzata o serve ad impedire il lavoro di altri, per ottenere un guadagno che non nasce dall’espansione globale del lavoro e della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro compressione, dall’illecito sfruttamento, dalla speculazione e dalla rottura della solidarietà nel mondo del lavoro. Una tale proprietà non ha nessuna giustificazione e costituisce un abuso al cospetto di Dio e degli uomini.

  • L’obbligo di guadagnare il pane col sudore della propria fronte suppone, al tempo stesso, un diritto. Una società in cui questo diritto sia sistematicamente negato, in cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione, non può conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale. Come la persona realizza pienamente se stessa nel libero dono di sé, così la proprietà si giustifica moralmente nel creare, nei modi e nei tempi dovuti, occasioni di lavoro e crescita umana per tutti.

 

 

V – Stato e Cultura (NN.44-52)

Leone XIII non ignorava che una sana teoria dello Stato è necessaria per assicurare il normale sviluppo delle attività umane Per questo, in un passo della Rerum novarum egli presenta l’organizzazione della società secondo i tre poteri — legislativo, esecutivo e giudiziario —, e ciò in quel tempo costituiva una novità nell’insegnamento della Chiesa.

 

TOTALITARISMO

A questa concezione si è opposto nel tempo moderno il totalitarismo

  • nella forma marxista-leninista, ritiene che alcuni uomini, in virtù di una più profonda conoscenza delle leggi di sviluppo della società, o per una particolare collocazione di classe o per un contatto con le sorgenti più profonde della coscienza collettiva, sono esenti dall’errore e possono, quindi, arrogarsi l’esercizio di un potere assoluto.

  • il totalitarismo nasce dalla negazione della verità in senso oggettivo: se non esiste una verità trascendente, allora non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini.

  • l loro interesse di classe, di gruppo, di Nazione li oppone inevitabilmente gli uni agli altri.

  • Se non si riconosce la verità trascendente, trionfa la forza del potere, e ciascuno tende a utilizzare fino in fondo i mezzi di cui dispone per imporre il proprio interesse o la propria opinione, senza riguardo ai diritti dell’altro.

  • l’uomo viene rispettato solo nella misura in cui è possibile strumentalizzarlo per un’affermazione egoistica.

  • La radice del moderno totalitarismo, dunque, è da individuare nella negazione della trascendente dignità della persona umana, immagine visibile del Dio invisibile e, proprio per questo, per sua natura stessa, soggetto di diritti che nessuno può violare: né l’individuo, né il gruppo, né la classe, né la Nazione o lo Stato. Non può farlo nemmeno la maggioranza di un corpo sociale, ponendosi contro la minoranza, emarginandola, opprimendola

  • negazione della Chiesa. Lo Stato, oppure il partito non può tollerare che sia affermato un criterio oggettivo del bene e del male oltre la volontà dei governanti, Ciò spiega perché il totalitarismo cerca di distruggere la Chiesa o, almeno, di assoggettarla, facendola strumento del proprio apparato ideologico.

  • Lo Stato totalitario tende ad assorbire in se stesso la Nazione, la società, la famiglia, le comunità religiose, le persone

 

DEMOCRAZIA

La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico. Essa non può favorire la formazione di gruppi dirigenti ristretti, i quali per interessi o per fini ideologici usurpano il potere dello Stato.

  • Un’autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona. Essa esige che si verifichino le condizioni necessarie per la promozione sia delle singole persone mediante l’educazione e la formazione ai veri ideali, sia della «soggettività» della società mediante la creazione di strutture di partecipazione e di corresponsabilità.

  • Oggi si tende ad affermare che l’agnosticismo ed il relativismo scettico sono la filosofia e l’atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme politiche democratiche, e che quanti son convinti di conoscere la verità ed aderiscono con fermezza ad essa non sono affidabili dal punto di vista democratico, perché non accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia variabile a seconda dei diversi equilibri politici. A questo proposito, bisogna osservare che, se non esiste nessuna verità ultima la quale guida ed orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia.

  • Né la Chiesa chiude gli occhi davanti al pericolo del fanatismo, o fondamentalismo, di quanti, in nome di un’ideologia che si pretende scientifica o religiosa, ritengono di poter imporre agli altri uomini la loro concezione. Non è di questo tipo la verità cristiana. Non essendo ideologica, la fede cristiana non presume di imprigionare in un rigido schema la cangiante realtà socio-politica e riconosce che la vita dell’uomo si realizza nella storia in condizioni diverse e non perfette. La Chiesa riaffermando la trascendente dignità della persona, ha come suo metodo il rispetto della libertà

  • Ma la libertà è pienamente valorizzata soltanto dall’accettazione della verità: in un mondo senza verità la libertà perde la sua consistenza, e l’uomo è esposto alla violenza delle passioni ed a condizionamenti aperti od occulti.

 

DEMOCRAZIA BASATA SU QUESTI DIRITTI

Dopo il crollo del totalitarismo comunista e di molti altri regimi totalitari e «di sicurezza nazionale», si assiste oggi al prevalere, non senza contrasti, dell’ideale democratico, unitamente ad una viva attenzione e preoccupazione per i diritti umani. Ma proprio per questo è necessario l’esplicito riconoscimento di questi diritti.

  • il diritto alla vita, di cui è parte integrante il diritto a crescere sotto il cuore della madre dopo essere stati generati;

  • il diritto a vivere in una famiglia unita e in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria personalità;

  • il diritto a maturare la propria intelligenza e la propria libertà nella ricerca e nella conoscenza della verità;

  • il diritto a partecipare al lavoro per valorizzare i beni della terra ed a ricavare da esso il sostentamento

  • il diritto a fondare una famiglia ed a accogliere e educare i figli, esercitando responsabilmente la propria sessualità.

  • Fonte e sintesi di questi diritti è la libertà religiosa, intesa come diritto a vivere nella verità della propria fede ed in conformità alla trascendente dignità della propria persona.

 

Anche nei Paesi dove vigono forme di governo democratico non sempre questi diritti sono del tutto rispettati. Né ci si riferisce soltanto allo scandalo dell’aborto, ma anche a diversi aspetti di una crisi dei sistemi democratici, che talvolta sembra abbiano smarrito la capacità di decidere secondo il bene comune.

  • Le domande che si levano dalla società a volte non sono esaminate secondo criteri di giustizia e di moralità, ma piuttosto secondo la forza elettorale o finanziaria dei gruppi che le sostengono.

  • Simili deviazioni del costume politico col tempo generano sfiducia ed apatia con la conseguente diminuzione della partecipazione politica e dello spirito civico in seno alla popolazione, che si sente danneggiata e delusa.

  • Ne risulta la crescente incapacità di inquadrare gli interessi particolari in una coerente visione del bene comune. Questo, infatti, non è la semplice somma degli interessi particolari, ma implica la loro valutazione e composizione fatta in base ad un’equilibrata gerarchia di valori e ad un’esatta comprensione della dignità e dei diritti della persona

  • La Chiesa rispetta la legittima autonomia dell’ordine democratico e non ha titolo per esprimere preferenze per l’una o l’altra soluzione istituzionale o costituzionale. Il contributo, che essa offre a tale ordine, è proprio quella visione della dignità della persona, la quale si manifesta in tutta la sua pienezza nel mistero del Verbo incarnato

 

RUOLO DELLO STATO

Queste considerazioni generali si riflettono anche sul ruolo dello Stato nel settore dell’economia.

  1. L’attività economica non può svolgersi in un vuoto istituzionale, giuridico e politico. Essa suppone, al contrario, sicurezza circa le garanzie della libertà individuale e della proprietà, oltre che una moneta stabile e servizi pubblici efficienti. Il principale compito dello Stato, pertanto, è quello di garantire questa sicurezza, di modo che chi lavora e produce possa godere i frutti del proprio lavoro e, quindi, si senta stimolato a compierlo con efficienza e onestà. La mancanza di sicurezza, accompagnata dalla corruzione dei pubblici poteri e dalla diffusione di improprie fonti di arricchimento e di facili profitti, è uno degli ostacoli per lo sviluppo e per l’ordine economico.

  2. Altro compito dello Stato è quello di sorvegliare e guidare l’esercizio dei diritti umani nel settore economico; ma in questo campo la prima responsabilità non è dello Stato, bensì dei singoli e dei diversi gruppi e associazioni in cui si articola la società. Non potrebbe lo Stato assicurare direttamente il diritto al lavoro di tutti i cittadini senza irreggimentare l’intera vita economica e mortificare la libera iniziativa dei singoli. Ciò, tuttavia, non significa che esso non abbia alcuna competenza in questo ambito, come hanno affermato i sostenitori di un’assenza di regole nella sfera economica. Lo Stato, anzi, ha il dovere di assecondare l’attività delle imprese, creando condizioni che assicurino occasioni di lavoro, stimolandola ove essa risulti insufficiente o sostenendola nei momenti di crisi.

  3. Lo Stato ha il diritto di intervenire quando situazioni particolari di monopolio crea ostacoli per lo sviluppo.

  4. Ma, oltre a questi compiti di armonizzazione e di guida dello sviluppo, esso può svolgere funzioni di supplenza in situazioni eccezionali, quando settori sociali o sistemi di imprese, troppo deboli o in via di formazione, sono inadeguati al loro compito. Simili interventi di supplenza, giustificati da urgenti ragioni attinenti al bene comune, devono essere , limitati nel tempo, per non sottrarre stabilmente a detti settori le competenze proprie

 

SUSSIDIARIETA’ NON ASSISTENZIALISMO

Si è assistito negli ultimi anni ad un vasto ampliamento di tale sfera di intervento, che ha portato a costituire, in qualche modo, uno Stato di tipo nuovo: lo «Stato del benessere». Non sono, però, mancati eccessi ed abusi che hanno provocato, specialmente negli anni più recenti, dure critiche allo Stato del benessere, qualificato come «Stato assistenziale». Disfunzioni e difetti nello Stato assistenziale derivano da un’inadeguata comprensione dei compiti propri dello Stato.

  • Anche in questo ambito deve essere rispettato il principio di sussidiarietà: una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali

  • Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese. Sembra, infatti, che conosce meglio il bisogno e riesce meglio a soddisfarlo chi è ad esso più vicino e si fa prossimo al bisognoso.

 

In questo campo la Chiesa è da sempre presente con le sue opere, per offrire all’uomo bisognoso un sostegno materiale che non lo umili e non lo riduca a solo oggetto di assistenza, ma lo aiuti a uscire dalla precaria condizione, promovendone la dignità

  • merita speciale menzione il fenomeno del volontariato, che la Chiesa favorisce e promuove sollecitando tutti

  • Per superare la mentalità individualista Si richiede un concreto impegno di solidarietà e di carità, il quale inizia dalla famiglia. Accade, però, che quando la famiglia decide di corrispondere pienamente alla propria vocazione, si può trovare priva dell’appoggio necessario da parte dello Stato e non dispone di risorse sufficienti. È urgente promuovere non solo politiche per la famiglia, ma anche politiche sociali, che abbiano come principale obiettivo la famiglia stessa, aiutandola, mediante l’assegnazione di adeguate risorse sia nell’educazione dei figli sia nella cura degli anziani, evitando il loro allontanamento dal nucleo familiare e rinsaldando i rapporti tra le generazioni

  • svolgono funzioni primarie ed attivano specifiche reti di solidarietà anche altre società intermedie. Queste, maturano come reali comunità di persone ed innervano il tessuto sociale, impedendo che scada nell’anonimato e nella massificazione. È nell’intersecarsi dei rapporti che vive la persona e cresce la «soggettività della società»

 

 

STATO E MERCATO A SERVIZIO DELLA PERSONA

L’individuo oggi è soffocato tra i due poli dello Stato e del mercato. Sembra talvolta che egli esista soltanto come produttore e consumatore di merci, oppure come oggetto dell’amministrazione dello Stato, mentre si dimentica che la convivenza tra gli uomini non è finalizzata né al mercato né allo Stato, poiché possiede in se stessa un singolare valore che Stato e mercato devono servire. L’uomo è un essere che cerca la verità e si sforza di approfondirla in un dialogo che coinvolge le generazioni passate e future. Da tale ricerca aperta della verità, si caratterizza la cultura della Nazione.

RUOLO DELLA CHIESA NELLA FORMAZIONE DELLA CULTURA

In questo contesto, conviene ricordare che anche l’evangelizzazione si inserisce nella cultura delle Nazioni, sostenendola nel suo cammino verso la verità ed aiutandola nel lavoro di purificazione e di arricchimento….. È a questo livello che si colloca il contributo specifico e decisivo della Chiesa in favore della vera cultura.

  • Per un’adeguata formazione di tale cultura si richiede il coinvolgimento di tutto l’uomo, il quale vi esplica la sua creatività, la sua intelligenza, la sua conoscenza del mondo e degli uomini. Egli vi investe la sua capacità di autodominio, di sacrificio personale, di solidarietà e di disponibilità per promuovere il bene comune.

  • Per questo, il primo e più importante lavoro si compie nel cuore dell’uomo, ed il modo in cui questi si impegna a costruire il proprio futuro dipende dalla concezione che ha di se stesso e del suo destino.

  • La Chiesa rende un tale servizio predicando la verità intorno alla creazione del mondo, che Dio ha posto nelle mani degli uomini perché lo più perfetto col loro lavoro, e predicando la verità intorno alla redenzione, per cui il Figlio di Dio ha salvato tutti gli uomini e, al tempo stesso, li ha uniti gli uni agli altri, rendendoli responsabili gli uni degli altri.

  • La Chiesa promuove le qualità dei comportamenti umani, che favoriscono la cultura della pace contro modelli che confondono l’uomo nella massa, disconoscono il ruolo della sua iniziativa e libertà e pongono la sua grandezza nelle arti del conflitto e della guerra.

  • La Sacra Scrittura ci parla continuamente di attivo impegno per il fratello e ci presenta l’esigenza di una corresponsabilità che deve abbracciare tutti gli uomini…. nessun uomo deve considerarsi estraneo o indifferente alla sorte di un altro membro della famiglia umana.

  • Come all’interno dei singoli Stati è giunto finalmente il tempo in cui il sistema della vendetta privata e della rappresaglia è stato sostituito dall’impero della legge, così è ora urgente che un simile progresso abbia luogo nella Comunità internazionale. Non bisogna, peraltro, dimenticare che alle radici della guerra ci sono in genere reali e gravi ragioni: ingiustizie subite, frustrazioni di legittime aspirazioni, miseria e sfruttamento di moltitudini umane disperate, le quali non vedono la reale possibilità di migliorare le loro condizioni con le vie della pace.

  • Come esiste la responsabilità collettiva di evitare la guerra, così esiste la responsabilità di promuovere lo sviluppo.

  • È questa l’auspicata cultura che fa crescere la fiducia nelle potenzialità umane del povero e, quindi, nella sua capacità di migliorare la propria condizione mediante il lavoro, o di dare un positivo contributo al benessere economico. Per far questo, occorre una concertazione mondiale per lo sviluppo

 

VI – L’uomo è la via della Chiesa (NN. 53-61)

Negli ultimi cento anni la Chiesa ha manifestato il suo pensiero, seguendo da vicino l’evoluzione della questione sociale. Suo unico scopo è stata la cura e responsabilità per l’uomo, e «questo uomo è la prima via che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione… la via tracciata da Cristo stesso, via che passa attraverso l’incarnazione e la redenzione

  • La Rerum novarum può essere letta come un importante apporto all’analisi socio-economica della fine del secolo XIX, ma il suo particolare valore le deriva dall’essere un Documentosi della missione evangelizzatrice della Chiesa.

  • Da ciò si evince che la dottrina sociale ha di per sé il valore di uno strumento di evangelizzazione: in quanto tale, annuncia Dio ed il mistero di salvezza in Cristo ad ogni uomo e, per la medesima ragione, rivela l’uomo a se stesso. In questa luce, si occupa del resto: dei diritti umani di ciascuno, del «proletariato», della famiglia e dell’educazione, dei doveri dello Stato, dell’ordinamento della società nazionale e internazionale, della vita economica, della cultura, della guerra e della pace, del rispetto alla vita dal momento del concepimento fino alla morte.

  • l’antropologia cristiana è in realtà un capitolo della teologia e, per la stessa ragione, la dottrina sociale della Chiesa, preoccupandosi dell’uomo, «appartiene … al campo della teologia e, specialmente, della teologia morale».

  • La dimensione teologica risulta necessaria tanto nei confronti della soluzione «atea», che priva l’uomo di una delle sue componenti fondamentali, quella spirituale, quanto nei confronti delle soluzioni permissive e consumistiche, le quali con vari pretesti mirano a convincerlo della sua indipendenza da ogni legge e da Dio, chiudendolo in un egoismo che finisce per nuocere a lui stesso ed agli altri.

 

Quando annuncia all’uomo la salvezza di Dio, quando gli offre e comunica la vita divina mediante i sacramenti, quando orienta la sua vita con i comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo, la Chiesa contribuisce all’arricchimento della dignità dell’uomo.

 

Il messaggio sociale del Vangelo non deve esser considerato una teoria, ma prima di tutto un fondamento e una motivazione per l’azione. Spinti da questo messaggio, alcuni dei primi cristiani distribuivano i loro beni ai poveri, testimoniando che, nonostante le diverse provenienze sociali, era possibile una convivenza pacifica e solidale. Con la forza del Vangelo, nel corso dei secoli, i monaci coltivarono le terre, i religiosi e le religiose fondarono ospedali e asili per i poveri, le confraternite, come pure uomini e donne di tutte le condizioni, si impegnarono in favore dei bisognosi e degli emarginati, essendo convinti che le parole di Cristo: «Ogni volta che farete queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»

 

L’amore per l’uomo e per il povero, nel quale la Chiesa vede Cristo, si fa concreto nella promozione della giustizia. Questa non potrà mai essere pienamente realizzata, se gli uomini riconosceranno nel bisognoso non un importuno o un fardello, ma l’occasione di bene in sé, la possibilità di una ricchezza più grande. Solo questa consapevolezza infonderà il coraggio per affrontare il rischio ed il cambiamento impliciti in ogni autentico tentativo di venire in soccorso dell’altro uomo. Non si tratta, infatti, solo di dare il superfluo, ma di aiutare interi popoli, che ne sono esclusi o emarginati, ad entrare nel circolo dello sviluppo economico ed umano. Ciò sarà possibile cambiando gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società.

08/02/2011

Sollecitudo Rei Socialis

di Staff — Categorie: Dottrina sociale della Chiesa 10/11Commenti disabilitati su Sollecitudo Rei Socialis

 

Pubblicata il 30 dicembre 1987, nel ventesimo anniversario dell’enciclica “Populorum progressio” di Paolo VI, Giovanni Paolo II si occupa del dovere della Chiesa di intervenire con sollecitudine nelle questioni sociali per uno sviluppo autentico della persona. E’ il Vangelo che indica le linee portanti di questa azione della Chiesa. Giovanni Paolo II descrive le problematiche relative allo sviluppo e traccia una panorama del mondo contemporaneo, afflitto da un divario sempre più aspro tra Nord e Sud del mondo, da varie forma di imperialismo, da un crescente predominio dell’avere sull’essere. La soluzione a questi problemi va ricercata attraverso una lettura teologica dei problemi moderni. La liberazione di tutti i popoli passa attraverso la liberazione dal peccato, l’ostacolo più grande di tutti.

 

LA SOLLECITUDO REI SOCIALIS E’ L’ATTUAZIONE DELLA PP (nn.1-4)

La sollecitudine sociale della Chiesa, finalizzata ad un autentico sviluppo dell’uomo e della società, che rispetti e promuova la persona umana in tutte le sue dimensioni, si è sempre espressa nei modi più svariati. Uno dei mezzi privilegiati di intervento è stato nei tempi recenti il Magistero dei Romani Pontefici, che, partendo dall’Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII come da un punto di riferimento, ha trattato di frequente la questione facendo alcune volte coincidere le date di pubblicazione dei vari documenti sociali con gli anniversari di quel primo documento… In tale cospicuo corpo di insegnamento sociale si inserisce e distingue l’Enciclica Populorum Progressio, che il mio venerato predecessore Paolo VI pubblicò il 26 marzo 1967… Mi propongo di prolungarne l’eco, collegandoli con le possibili applicazioni al presente momento storico, non meno drammatico di quello di venti anni fa …La presente riflessione ha lo scopo di sottolineare, con l’aiuto dell’indagine teologica sulla realtà contemporanea, la necessità di una concezione più ricca e differenziata dello sviluppo.

 

Continuità e rinnovamento (n.3)

Con ciò intendo raggiungere principalmente due obiettivi:

  1. riaffermare la continuità della dottrina sociale, identico nella sua ispirazione di fondo, nei suoi «principi di riflessione», nei suoi «criteri di giudizio», nelle sue basilari «direttrici di azione» e, soprattutto, nel suo vitale collegamento col Vangelo

  2. riaffermare la necessità del rinnovamento, perché è soggetto ai necessari e opportuni adattamenti suggeriti dal variare delle condizioni storiche e dall’incessante fluire degli avvenimenti.

 

LA POPULORUM PROGRESSIO E’ L’ATTUAZIONE DEL CONCILIO (nn. 6-7)

 

L’enciclica è la risposta all’appello della Costituzione Gaudium et spes

«Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo». Queste parole esprimono il motivo fondamentale che ispirò il grande documento del Concilio, il quale parte dalla constatazione dello stato di miseria e di sottosviluppo, in cui vivono milioni di esseri umani. Questa miseria e sottosviluppo sono, sotto altro nome, «le tristezze e le angosce» di oggi, «dei poveri soprattutto»: di fronte a questo panorama di dolore e di sofferenza, il Concilio vuole prospettare orizzonti di gioia e di speranza.

 

L’enciclica è lo sviluppo della Gaudium et Spes

  • Quanto ai contenuti e temi, riproposti dall’Enciclica, sono da sottolineare: la coscienza del dovere che ha la Chiesa, «esperta in umanità», di «scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo»;

  • la coscienza, egualmente profonda, della sua missione di «servizio», distinta dalla funzione dello Stato, anche quando essa si preoccupa della sorte delle persone in concreto;

  • il riferimento alle differenze clamorose nelle situazioni di queste stesse persone;

  • la conferma dell’insegnamento conciliare circa la «destinazione universale dei beni»;

  • l’apprezzamento della cultura e della civiltà tecnica che contribuiscono alla liberazione dell’uomo, senza trascurare di riconoscere i loro limiti

  • l’insistenza sul «dovere gravissimo» delle Nazioni più sviluppate, di «aiutare i Paesi in via di sviluppo».

 

NOVITA’ DELLA POPULORUM PROGRESSIO (nn. 5-10)

 

La prima novità è nel fatto stesso di un documento sopra una materia che a prima vista è solo economica e sociale: lo sviluppo dei popoli…nel solco dell’Enciclica Rerum Novarum, sulla «condizione degli operai»… al documento di Paolo VI bisogna riconoscere il merito di aver sottolineato il carattere etico e culturale della problematica relativa allo sviluppo e la legittimità e la necessità dell’intervento in tale campo da parte della Chiesa. Con ciò la dottrina sociale cristiana ha rivendicato ancora una volta il suo carattere di applicazione della Parola di Dio alla vita degli uomini e della società… ordinato cioè alla condotta morale.

 

La seconda novità è l’ampiezza di orizzonte della «questione sociale»… il magistero sociale della Chiesa non era ancora giunto ad affermare in tutta chiarezza che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale

  • Le problematiche nelle imprese di lavoro o nel movimento operaio e sindacale di un determinato Paese o regione non sono da considerare isole sparse senza collegamenti, ma che dipendono da fattori esistenti al di là dei confini nazionali.

  • la novità dell’Enciclica è psecialmente nella valutazione morale di questa realtà. I responsabili della cosa pubblica, i cittadini dei Paesi ricchi personalmente considerati, specie se cristiani, hanno l’obbligo morale di tenere in considerazione, nelle decisioni personali e di governo, questo rapporto di universalità, questa interdipendenza che sussiste tra i loro comportamenti e la miseria e il sottosviluppo di tanti milioni di uomini. L’Enciclica paolina traduce l’obbligo morale come «dovere di solidarietà», ed una tale affermazioneha oggi la stessa forza e validità di quando fu scritta.

  • la novità dell’Enciclica consiste anche nell’impostazione di fondo, secondo cui la concezione stessa dello sviluppo, che non può consistere nella semplice accumulazione di ricchezza e nella maggiore disponibilità dei beni e servizi, se ciò si ottiene a prezzo del sottosviluppo delle moltitudini.

 

La terza novità è il rapporto sviluppo-pace: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace».

  • Disattendere tale esigenza potrebbe favorire l’insorgere di una tentazione di risposta violenta da parte delle vittime dell’ingiustizia, come avviene all’origine di molte guerre.

  • come giustificare che ingenti somme di danaro che potrebbero e dovrebbero essere destinate a incrementare lo sviluppo dei popoli, sono invece utilizzate all’ampliamento degli arsenali di armi, sia nei Paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo?

  • Se «lo sviluppo è il nuovo nome della pace», la guerra e i preparativi militari sono il nemico dello sviluppo dei popoli.

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SITUAZIONE DEL MONDO CONTEMPORANEO (nn. 14-16)

 

Allargamento del fossato tra l’area del Nord sviluppato e quella del Sud in via di sviluppo

  • All’abbondanza di beni e di servizi disponibili in alcune parti del mondo, soprattutto nel Nord sviluppato, corrisponde nel Sud un inammissibile ritardo, ed è proprio in questa fascia geo-politica che vive la maggior parte del genere umano. A guardare la gamma dei vari settori-produzione e distribuzione dei viveri, igiene, salute e abitazione, disponibilità di acqua potabile, condizioni di lavoro, specie femminile, durata della vita ed altri indici economici e sociali-, il quadro generale risulta deludente…. si comprende perché nel linguaggio corrente si parli di mondi diversi all’interno del nostro unico mondo: Primo Mondo, Secondo Mondo, Terzo Mondo, e talvolta Quarto Mondo… segno della diffusa sensazione che l’unità del mondo.

     

  • agli «indici economici e sociali» del sottosviluppo si aggiungono altri indici egualmente negativi, a cominciare dal piano culturale: l’analfabetismo, la difficoltà o impossibilità di accedere ai livelli superiori di istruzione, l’incapacità di partecipare alla costruzione della propria Nazione, le diverse forme di sfruttamento e di oppressione economica, sociale, politica ed anche religiosa della persona umana e dei suoi diritti, le discriminazioni di ogni tipo, specialmente razziale.

     

  • tra gli altri diritti, viene spesso soffocato il diritto di iniziativa economica… la sua limitazione in nome di una pretesa «eguaglianza» di tutti nella società riduce, o addirittura distrugge di fatto lo spirito d’iniziativa, cioè la soggettività creativa del cittadino. Di conseguenza sorge un «livellamento in basso». Al posto dell’iniziativa creativa nasce la passività, la dipendenza e la sottomissione all’apparato burocratico che, come unico organo «disponente» e «decisionale»-se non addirittura «possessore»-della totalità dei beni e mezzi di produzione, mette tutti in una posizione di dipendenza quasi assoluta, che è simile alla tradizionale dipendenza dell’operaio-proletario dal capitalismo. Ciò provoca un senso di frustrazione o disperazione e predispone al disimpegno dalla vita nazionale, spingendo molti all’emigrazione e favorendo, altresì, una forma di emigrazione «psicologica».

     

  • altre forme di povertà. La negazione o la limitazione dei diritti umani-quali, ad esempio, il diritto alla libertà religiosa, il diritto di partecipare alla costruzione della società, la libertà di associarsi, o di costituire sindacati, o di prendere iniziative in materia economica… il sottosviluppo dei nostri giorni non è soltanto economico, ma anche culturale, politico e semplicemente umano, come già rilevava venti anni fa l’Enciclica Populorum Progressio.

     

Sottosviluppo nei paesi ricchi (nn. 17-19)

Quantunque la società mondiale offra aspetti di frammentazione, espressa con i nomi convenzionali di Primo, Secondo, Terzo ed anche Quarto Mondo, rimane sempre molto stretta la loro interdipendenza che, per una specie di dinamica interna e sotto la spinta di meccanismi che non si possono non qualificare come perversi, provoca effetti negativi perfino nei Paesi ricchi. Proprio all’interno di questi Paesi si riscontrano, seppure in misura minore, le manifestazioni specifiche del sottosviluppo.

 

  • Tra gli indici specifici del sottosviluppo, la crisi degli alloggi. La carenza di abitazioni si verifica su un piano universale ed è dovuta, in gran parte, al fenomeno sempre crescente dell’urbanizzazione. Perfino gli stessi popoli più sviluppati presentano il triste spettacolo di individui e famiglie che si sforzano letteralmente di sopravvivere, senza un tetto o con uno così precario che è come se non ci fosse. La mancanza di abitazioni, che è un problema di per se stesso assai grave, è da considerare segno e sintesi di tutta una serie di insufficienze economiche, sociali, culturali o semplicemente umane

     

  • disoccupazione e sottoccupazione. Se esso appare allarmante nei Paesi in via di sviluppo, con il loro alto tasso di crescita demografica e la massa della popolazione giovanile, nei Paesi di grande sviluppo economico sembra che si contraggano le fonti di lavoro, e così le possibilità di occupazione, invece di crescere, diminuiscono.

     

  • debito internazionale. La ragione che spinse i popoli in via di sviluppo ad accogliere l’offerta di abbondanti capitali disponibili fu la speranza di poterli investire in attività di sviluppo. Di conseguenza, la disponibilità dei capitali e il fatto di accettarli a titolo di prestito possono considerarsi un contributo allo sviluppo stesso, cosa desiderabile e in sé legittima, anche se forse imprudente e, in qualche occasione, affrettata. Cambiate le circostanze, tanto nei Paesi indebitati quanto nel mercato internazionale finanziatore, lo strumento prescelto per dare un contributo allo sviluppo si è trasformato in un congegno controproducente. E ciò sia perché i Paesi debitori, per soddisfare gli impegni del debito, si vedono obbligati a esportare i capitali che sarebbero necessari per accrescere o, addirittura, per mantenere il loro livello di vita, sia perché, per la stessa ragione, non possono ottenere nuovi finanziamenti del pari indispensabili.

CAUSE POLITICHE DELLA SITUAZIONE (nn.20-25)

 

Esistenza di due blocchi geo politichi

Non si può passare sotto silenzio un fatto saliente del quadro politico, che caratterizza il periodo storico seguito al secondo conflitto mondiale ed è un fattore non trascurabile nell’andamento dello sviluppo dei popoli. Ci riferiamo all’esistenza di due blocchi contrapposti, designati comunemente con i nomi convenzionali di Est e Ovest’ oppure di Oriente e Occidente. La ragione di questa connotazione non è puramente politica, ma anche, come si dice, geo politica. Ciascuno dei due blocchi tende ad assimilare o ad aggregare intorno a sé, con diversi gradi di adesione o partecipazione, altri Paesi o gruppi di Paesi.

 

Contrapposizione politica e ideologica

in quanto ogni blocco trova la propria identità in un sistema di organizzazione della società e di gestione del potere, che tende ad essere alternativo all’altro; a sua volta, la contrapposizione politica trae origine da una contrapposizione più profonda, che è di ordine ideologico. In Occidente esiste, infatti, un sistema che storicamente si ispira ai principi del capitalismo liberista, quale si sviluppò nel secolo scorso con l’industrializzazione; in Oriente c’è un sistema ispirato al collettivismo marxista, che nacque dall’interpretazione della condizione delle classi proletarie, alla luce di una peculiare lettura della storia. Ciascuna delle due ideologie, facendo riferimento a due visioni così diverse dell’uomo, della sua libertà e del suo ruolo sociale, ha proposto e promuove, sul piano economico, forme antitetiche di organizzazione del lavoro e di strutture della proprietà.

 

Due concezioni dello sviluppo

entrambe imperfette e tali da esigere una radicale correzione. Detta opposizione viene trasferita in seno a quei Paesi, contribuendo così ad allargare il fossato, che già esiste sul piano economico tra Nord e Sud ed e conseguenza della distanza tra i due mondi più sviluppati e quelli meno sviluppati. É, questa, una delle ragioni per cui la dottrina sociale della Chiesa assume un atteggiamento critico nei confronti sia del capitalismo liberista sia del collettivismo marxista.

 

Tendenza all’imperialismo o neo-colonialismo.

É questa situazione anormale che mortifica lo slancio di cooperazione solidale di tutti per il bene comune del genere umano, a danno soprattutto di popoli pacifici. Vista così, la presente divisione del mondo è di diretto ostacolo alla vera trasformazione delle condizioni di sottosviluppo nei Paesi in via di sviluppo o in quelli meno avanzati. L’affermazione dell’Enciclica Populorum Progressio, secondo cui le risorse e gli investimenti destinati alla produzione delle armi debbono essere impiegati per alleviare la miseria delle popolazioni indigenti, rende più urgente l’appello a superare la contrapposizione tra i due blocchi. Oggi tali risorse servono a mettere ciascuno dei due blocchi in condizione di potersi avvantaggiare sull’altro.

 

Strumentalizzazione dei paesi di recente indipendenza e sviluppo

I Paesi di recente indipendenza si trovano coinvolti nei conflitti ideologici, che generano inevitabili divisioni al loro interno, fino a provocare in certi casi vere guerre civili. Ciò anche perché gli investimenti e gli aiuti allo sviluppo sono spesso distolti dal proprio fine e strumentalizzati per alimentare i contrasti, al di fuori e contro gli interessi dei Paesi che dovrebbero beneficiarne. I Paesi in via di sviluppo, più che trasformarsi in Nazioni autonome, preoccupate del proprio cammino verso la giusta partecipazione ai beni ed ai servizi destinati a tutti, diventano pezzi di un meccanismo, parti di un ingranaggio gigantesco.

 

Contrapposizione militare

dando origine a due blocchi di potenze armate, ciascuno diffidente e timoroso del prevalere dell’altro. Nata dalla conclusione della seconda guerra mondiale, la tensione tra i due blocchi ha dominato tutto il quarantennio successivo, assumendo ora il carattere di «guerra fredda», ora di «guerre per procura» mediante la strumentalizzazione di conflitti locali, ora tenendo sospesi e angosciati gli animi con la minaccia di una guerra aperta e totale.

 

Commercio delle armi.

Si tratta di un commercio senza frontiere capace di oltrepassare perfino le barriere dei blocchi. Esso sa superare la divisione tra Oriente e Occidente e, soprattutto, quella tra Nord e Sud sino a inserirsi-e questo è più grave-tra le diverse componenti della zona meridionale del mondo. Ci troviamo così di fronte a uno strano fenomeno: mentre gli aiuti economici e i piani di sviluppo si imbattono nell’ostacolo di barriere ideologiche insuperabili, di barriere tariffarie e di mercato, le armi di qualsiasi provenienza circolano con quasi assoluta libertà nelle varie parti del mondo… in certi casi i capitali, dati in prestito dal mondo dello sviluppo, son serviti ad acquistare armamenti nel mondo non sviluppato.

 

Fenomeno del terrorismo

inteso come proposito di uccidere e distruggere indistintamente uomini e beni e di creare appunto un clima di terrore e di insicurezza, spesso anche con la cattura di ostaggi. … Di fronte a tanto orrore e a tanta sofferenza mantengono sempre il loro valore le parole che ho pronunciato alcuni anni fa e che vorrei ripetere ancora: «Il Cristianesimo proibisce […] il ricorso alle vie dell’odio, all’assassinio di persone indifese, ai metodi del terrorismo».

 

Problema demografico

Non si può negare l’esistenza, specie nella zona Sud del nostro pianeta, di un problema demografico tale da creare difficoltà allo sviluppo. É bene aggiungere subito che nella zona Nord a preoccupare, è la caduta del tasso di natalità, con ripercussioni sull’invecchiamento della popolazione, incapace perfino di rinnovarsi biologicamente. Fenomeno, questo, in grado di ostacolare di per sé lo sviluppo. Come non è esatto affermare che tali difficoltà provengono soltanto dalla crescita demografica, così non è neppure dimostrato che ogni crescita demografica sia incompatibile con uno sviluppo ordinato.

 

Allarmante costatare in molti Paesi il lancio di campagne sistematiche contro la natalità per iniziativa dei loro governi, in contrasto non solo con l’identità culturale e religiosa degli stessi Paesi, ma anche con la natura del vero sviluppo… finanziate da capitali provenienti dall’estero e, in qualche caso, ad esse sono addirittura subordinati gli aiuti e l’assistenza economico-finanziaria… si tratta di assoluta mancanza di rispetto per la libertà di decisione delle persone interessate, uomini e donne, sottoposte non di rado a intolleranti pressioni, comprese quelle economiche, per piegarle a questa forma nuova di oppressione. Sono le popolazioni più povere a subirne i maltrattamenti: e ciò finisce con l’ingenerare la tendenza a un certo razzismo.

 

ERRORI DI FONDO (nn. 27-28)

 

Pregresso senza sviluppo umano

Lo sguardo che l’Enciclica ci invita a rivolgere al mondo contemporaneo ci fa costatare, anzitutto, che lo sviluppo non è un processo rettilineo, quasi automatico e di per sé illimitato, come se, a certe condizioni, il genere umano debba camminare spedito verso una specie di perfezione indefinita. Simile concezione, legata ad una nozione di «progresso» dalle connotazioni filosofiche di tipo illuministico, piuttosto che a quella di «sviluppo», adoperata in senso specificamente economico-sociale, sembra posta ora seriamente in dubbio, specie dopo la tragica esperienza delle due guerre mondiali, della distruzione pianificata e in parte attuata di intere popolazioni e dell’incombente pericolo atomico.

 

Economia senza fine morale

E’ in crisi la stessa concezione «economica» o «economicista», legata al vocabolo sviluppo. Effettivamente oggi si comprende meglio che la pura accumulazione di beni e di servizi, anche a favore della maggioranza, non basta a realizzare la felicità umana. Né, di conseguenza, la disponibilità dei molteplici benefici reali, apportati negli ultimi tempi dalla scienza e dalla tecnica, compresa l’informatica, comporta la liberazione da ogni forma di schiavitù. Al contrario, l’esperienza degli anni più recenti dimostra che, se tutta la massa delle risorse e delle potenzialità, messe a disposizione dell’uomo, non è retta da un intendimento morale e da un orientamento verso il vero bene del genere umano, si ritorce facilmente contro di lui per opprimerlo.

 

Consumismo

Accanto alle miserie del sottosviluppo, che non possono essere tollerate, ci troviamo di fronte a una sorta di supersviluppo, egualmente inammissibile, perché, come il primo, è contrario al bene e alla felicità autentica. Tale supersviluppo, infatti, consistente nell’eccessiva disponibilità di ogni tipo di beni materiali in favore di alcune fasce sociali, rende facilmente gli uomini schiavi del «possesso» e del godimento immediato, senza altro orizzonte che la moltiplicazione o la continua sostituzione delle cose, che già si posseggono, con altre ancora più perfette. É la cosiddetta civiltà dei «consumi», o consumismo, che comporta tanti «scarti» e «rifiuti». Un oggetto posseduto, e già superato da un altro più perfetto, è messo da parte, senza tener conto del suo possibile valore permanente per sé o in favore di un altro essere umano più povero. Tutti noi tocchiamo con mano i tristi effetti di questa cieca sottomissione al puro consumo: prima di tutto, una forma di materialismo crasso, e al tempo stesso una radicale insoddisfazione, perché si comprende subito che quanto più si possiede tanto più si desidera mentre le aspirazioni più profonde restano insoddisfatte e forse anche soffocate.

 

Dicotomia tra l’essere e l’avere

L’Enciclica di Papa Paolo VI segnalò la differenza, al giorno d’oggi così frequentemente accentuata, tra l’«avere» e l’«essere», in precedenza espressa con parole precise dal Concilio Vaticano II. L’«avere» oggetti e beni non perfeziona di per sé il soggetto umano, se non contribuisce alla maturazione e all’arricchimento del suo «essere», cioè alla realizzazione della vocazione umana in quanto tale. Certo, la differenza tra «essere» e «avere», il pericolo inerente a una mera moltiplicazione o sostituzione di cose possedute rispetto al valore dell’«essere» non deve trasformarsi necessariamente in un’antinomia. Una delle più grandi ingiustizie del mondo contemporaneo consiste proprio in questo: che sono relativamente pochi quelli che possiedono molto, e molti quelli che non possiedono quasi nulla. É l’ingiustizia della cattiva distribuzione dei beni e dei servizi destinati originariamente a tutti . Ecco allora il quadro: ci sono quelli – i pochi che possiedono molto – che non riescono veramente ad «essere», perché, per un capovolgimento della gerarchia dei valori, ne sono impediti dal culto dell’«avere»; e ci sono quelli – i molti che possiedono poco o nulla -, i quali non riescono a realizzare la loro vocazione umana fondamentale, essendo privi dei beni indispensabili. Il male non consiste nell’«avere» in quanto tale, ma nel possedere in modo irrispettoso della qualità e dell’ordinata gerarchia dei beni che si hanno.

 

ASPETTI POSITIVI (n. 26)

Piena consapevolezza della dignità propria e di ciascun essere umano.

Tale consapevolezza si esprime, per esempio, con la preoccupazione dappertutto più viva per il rispetto dei diritti umani e col più deciso rigetto delle loro violazioni. Ne è segno rivelatore il numero delle associazioni private, alcune di portata mondiale, di recente istituzione. Su questo piano bisogna riconoscere l’influsso esercitato dalla Dichiarazione dei Diritti Umani, promulgata circa quaranta anni fa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Lo stesso bisogna dire, sempre nel campo dei diritti umani, per gli altri strumenti giuridici della medesima Organizzazione delle Nazioni Unite o di altri Organismi internazionali.

 

Solidarietà

gli uomini si rendono conto di essere legati da un comune destino, da costruire insieme, se si vuole evitare la catastrofe per tutti. Dal profondo dell’angoscia, della paura e dei fenomeni di evasione come la droga, tipici del mondo contemporaneo, emerge via via l’idea che il bene, al quale siamo tutti chiamati, e la felicità, a cui aspiriamo, non si possono conseguire senza lo sforzo e l’impegno di tutti, nessuno escluso, e con la conseguente rinuncia al proprio egoismo.

 

Preoccupazione per la pace

la coscienza che questa è indivisibile: o è di tutti, o non è di nessuno. Una pace che esige sempre più il rispetto rigoroso della giustizia e, conseguentemente, l’equa distribuzione dei frutti del vero sviluppo.

 

Preoccupazione ecologica

Presa di coscienza dei limiti delle risorse disponibili; necessità di rispettare l’integrità e i ritmi della natura e di tenerne conto nella programmazione dello sviluppo, invece di sacrificarlo a certe concezioni demagogiche dello stesso.

 

Impegno di tanti uomini di buova volontà

É giusto riconoscere pure l’impegno di uomini di governo, politici, economisti, sindacalisti, personalità della scienza e funzionari internazionali -molti dei quali ispirati dalla fede religiosa- a risolvere generosamente, con non pochi sacrifici personali, i mali del mondo e ad adoperarsi con ogni mezzo, perché un sempre maggior numero di uomini e donne possa godere del beneficio della pace e di una qualità di vita degna di questo nome. A ciò contribuiscono le grandi Organizzazioni internazionali ed alcune Organizzazioni regionali.

 

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PER UN AUTENTICO SVILUPPO UMANO – ASPETTO BIBLICO (nn. 29- 35)

Le caratteristiche di uno sviluppo pieno, «più umano», sono state descritte da Paolo VI.

 

Necessità di un parametro interiore

Il pericolo dell’abuso consumistico e l’apparizione delle necessità artificiali non debbono affatto impedire la stima e l’utilizzazione dei nuovi beni e risorse posti a nostra disposizione; in ciò dobbiamo, anzi, vedere un dono di Dio e una risposta alla vocazione dell’uomo, che si realizza pienamente in Cristo. Ma per conseguire il vero sviluppo e necessario non perder mai di vista il suo parametro interiore, che è nella natura specifica dell’uomo, creato da Dio a sua immagine e somiglianza (Gen1,26). Natura corporale e spirituale, simboleggiata nel secondo racconto della creazione dai due elementi: la terra, con cui Dio plasma il fisico dell’uomo, e l’alito di vita, soffiato nelle sue narici (Gen2,7). L’uomo così viene ad avere una certa affinità con le altre creature: è chiamato a utilizzarle a occuparsi di esse e sempre secondo la narrazione della Genesi (Gen2,15) è posto nel giardino col compito di coltivarlo e custodirlo, al di sopra di tutti gli altri esseri collocati da Dio sotto il suo dominio (Gen1,25). Ma nello stesso tempo l’uomo deve rimanere sottomesso alla volontà di Dio, che gli prescrive limiti nell’uso e nel dominio delle cose (Gen2,16), così come gli promette l’immortalità (Gen2,9); (Sap2,23). L’uomo ssendo immagine di Dio, ha una vera affinità anche con lui.

 

Dominare le cose non farsi dominare

Lo sviluppo non può consistere soltanto nell’uso, nel dominio e nel possesso indiscriminato delle cose create, ma piuttosto nel subordinare il possesso, il dominio e l’uso alla somiglianza divina dell’uomo e alla sua vocazione all’immortalità. Ecco la realtà trascendente dell’essere umano, la quale appare partecipata fin dall’origine ad una coppia di uomo e donna (Gen1,27)

 

Lo sviluppo continua l’opera della creazione

Secondo la Sacra Scrittura, la nozione di sviluppo non è soltanto «laica» o «profana», ma essenziale dimensione della vocazione dell’uomo. Il compito è di «dominare» sulle altre creature, «coltivare il giardino», ed è da assolvere nel quadro dell’ubbidienza alla legge divina e, quindi, nel rispetto dell’immagine ricevuta, fondamento chiaro del potere di dominio, riconosciutogli in ordine al suo perfezionamento (Gen1,26); (Gen2,12); (Sap9,2). Quando l’uomo disobbedisce a Dio e rifiuta di sottomettersi alla sua potestà, allora la natura gli si ribella e non lo riconosce più come «signore», perché egli ha appannato in sé l’immagine divina. L’appello al possesso e all’uso dei mezzi creati rimane sempre valido, ma dopo il peccato l’esercizio ne diviene arduo e carico di sofferenze (Gen3,17). Infatti, il successivo capitolo della Genesi ci mostra la discendenza di Caino, la quale costruisce «una città», si dedica alla pastorizia, si dà alle arti (la musica) e alla tecnica (la metallurgia), mentre al tempo stesso si comincia «ad invocare il nome del Signore» (Gen4,17). La storia del genere umano, delineata dalla Sacra Scrittura, anche dopo la caduta nel peccato è una storia di realizzazioni continue, che, sempre rimesse in questione e in pericolo dal peccato, si ripetono, si arricchiscono e si diffondono come risposta alla vocazione divina, assegnata sin dal principio all’uomo e alla donna (Gen1,26) e impressa nell’immagine, da loro ricevuta. Lo «sviluppo» di oggi deve essere visto come un momento della storia iniziata con la creazione e di continuo messa in pericolo a motivo dell’infedeltà al Creatore soprattutto per la tentazione dell’idolatria.

 

L’uomo protagonista dello sviluppo

Sotto questo aspetto nell’Enciclica Laborem exercens ho fatto riferimento alla vocazione dell’uomo al lavoro, per sottolineare il concetto che e sempre lui il protagonista dello sviluppo. Lo stesso Gesù, nella parabola dei talenti, mette in rilievo il severo trattamento riservato a chi osò nascondere il dono ricevuto…. L’approfondimento di queste sparole potrà spingerci a impegnarci con più decisione nel dovere di collaborare allo sviluppo pieno degli altri: «Sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini».

 

Collaborazione di tutti

L’obbligo di impegnarsi per lo sviluppo dei popoli non è un dovere soltanto individuale, né tanto meno individualistico, come se fosse possibile conseguirlo con gli sforzi isolati di ciascuno. Esso è un imperativo per tutti e per ciascuno degli uomini e delle donne, per le società e le Nazioni, in particolare per la Chiesa cattolica e per le altre Chiese e Comunità ecclesiali. In tal senso, come noi cattolici invitiamo i fratelli cristiani a partecipare alle nostre iniziative, cosi ci dichiariamo pronti a collaborare alle loro, accogliendo gli inviti che ci sono rivolti. In questa ricerca dello sviluppo integrale dell’uomo possiamo fare molto anche con i credenti delle altre religioni, come del resto si sta facendo in diversi luoghi. La collaborazione allo sviluppo di tutto l’uomo e di ogni uomo, infatti, è un dovere di tutti verso tutti e deve, al tempo stesso, essere comune alle quattro parti del mondo: Est e Ovest, Nord e Sud; o, per adoperare il termine oggi in uso, ai diversi «mondi».

Il vero sviluppo

La vera elevazione dell’uomo.. non si raggiunge sfruttando solamente l’abbondanza dei beni e dei servizi, Quando gli individui e le comunità non vedono rispettate le esigenze morali, culturali e spirituali, fondate sulla dignità della persona e sull’identità propria di ciascuna comunità, a cominciare dalla famiglia e dalle società religiose, tutto il resto-disponibilità di beni, abbondanza di risorse tecniche applicate alla vita quotidiana, un certo livello di benessere materiale- risulterà insoddisfacente e, alla lunga, disprezzabile…. Un vero sviluppo implica una viva coscienza del valore dei diritti di tutti e di ciascuno nonché della necessità di rispettare il diritto di ognuno all’utilizzazione piena dei benefici offerti dalla scienza e dalla tecnica.

 

Sul piano interno di ogni Nazione, assume grande importanza il rispetto di tutti i diritti:

  • specialmente il diritto alla vita in ogni stadio dell’esistenza;

  • i diritti della famiglia, in quanto comunità sociale di base, o «cellula della società»;

  • la giustizia nei rapporti di lavoro;

  • i diritti inerenti alla vita della comunità politica in quanto tale;

  • i diritti basati sulla vocazione trascendente, a cominciare dal diritto alla libertà di professare il proprio credo

Sul piano internazionale, ossia dei rapporti tra gli Stati o tra i vari «mondi»,

  • il pieno rispetto dell’identità di ciascun popolo con le sue caratteristiche storiche e culturali.

  • riconoscere a ogni popolo l’eguale diritto «ad assidersi alla mensa del banchetto comune»», invece di giacere come Lazzaro fuori della porta, mentre «i cani vengono a leccare le sue piaghe» (Lc16,21).

  • godere dell’eguaglianza fondamentale, su cui si basa, per esempio, la Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: eguaglianza che è il fondamento del diritto di tutti alla partecipazione al processo di pieno sviluppo.

 

Carattere morale dello sviluppo

  • lo sviluppo deve realizzarsi nel quadro della solidarietà e della libertà

  • deve fondarsi sull’amore di Dio e del prossimo, e contribuire a favorire i rapporti tra individui e società. Ecco la «civiltà dell’amore», di cui parlava spesso il Papa Paolo VI.

  • non si può fare impunemente uso delle diverse categorie di esseri viventi o inanimati – animali, piante, elementi naturali -come si vuole, a seconda delle proprie esigenze economiche.

  • Presa di coscienza della limitazione delle risorse naturali, alcune delle quali non sono, come si dice, rinnovabili. Usarle come se fossero inesauribili, mette in pericolo la loro disponibilità non solo per la generazione presente e per quelle future.

  • Evitare la contaminazione dell’ambiente, con gravi conseguenze per la salute della popolazione.

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LETTURA TEOLOGICA DEI PROBLEMI MODERNI (nn. 35-40

 

Strutture di peccato

É da rilevare che un mondo diviso in blocchi, sostenuti da ideologie rigide, dove, invece dell’interdipendenza e della solidarietà, dominano differenti forme di imperialismo, non può che essere un mondo sottomesso a «strutture di peccato»… le quali-come ho affermato nell’Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitentia-si radicano nel peccato personale, collegate ad atti concreti delle persone, che le introducono, le consolidano e… diventano sorgente di altri peccati… tra le azioni e gli atteggiamenti opposti alla volontà di Dio e al bene del prossimo e le «strutture» che essi inducono, i più caratteristici sembrano due:

  1. la brama esclusiva del profitto e dall’altra «a qualsiasi prezzo»

  2. la sete del potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà «a qualsiasi prezzo»

 

Ovviamente, a cader vittime di questo duplice atteggiamento di peccato non sono solo gli individui ma anche le Nazioni e i blocchi. E ciò favorisce di più l’introduzione delle «strutture di peccato». Se certe forme di «imperialismo» moderno si considerassero alla luce di questi criteri morali, si scoprirebbe che sotto certe decisioni, apparentemente ispirate solo dall’economia o dalla politica si nascondono vere forme di idolatria: del denaro, dell’ideologia, della classe, della tecnologia… si tratta di un male morale, frutto di molti peccati, che portano a «strutture di peccato». É da auspicare che anche gli uomini e donne privi di una fede esplicita siano convinti che gli ostacoli al pieno sviluppo… dipendono da atteggiamenti più profondi.

 

Interdipendenza e conversione alla solidarietà

Per i cristiani, come per tutti coloro che riconoscono il preciso significato teologico della parola «peccato», il cambiamento di condotta o di mentalità o del modo di essere si chiama, con linguaggio biblico, «conversione» (Mc1,15); (Lc13,3); (Is30,15). Nel cammino della desiderata conversione verso il superamento degli ostacoli morali per lo sviluppo, si può già segnalare, come valore positivo e morale, la crescente consapevolezza dell’interdipendenza tra gli uomini e le Nazioni. L’interdipendenza deve trasformarsi in solidarietà, fondata sul principio che i beni della creazione sono destinati a tutti: ciò che l’industria umana produce con la lavorazione delle materie prime, col contributo del lavoro, deve servire egualmente al bene di tutti.

 

La solidarietà non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.

 

Le «strutture di peccato» si vincono quando:

  • c’è l’impegno per il bene del prossimo con la disponibilità, in senso evangelico, a «perdersi» a favore dell’altro invece di sfruttarlo e a «servirlo» invece di opprimerlo per il proprio tornaconto (Mt10,40); (Mt20,25); (Mc10,42);

  • Quando i suoi componenti si riconoscono tra di loro come persone.

  • Coloro che contano di più, si sentano responsabili dei più deboli e siano disposti a condividere quanto possiedono.

  • I più deboli non adottano un atteggiamento passivo o distruttivo del tessuto sociale, facendo quanto loro spetta per il bene

  • I gruppi intermedi non insistano egoisticamente nel loro particolare interesse, ma rispettino gli interessi degli altri.

     

La pace del mondo è inconcepibile se non si giunge, da parte dei responsabili, a riconoscere che l’interdipendenza esige di per sé il superamento della politica dei blocchi, la rinuncia a ogni forma di imperialismo economico, militare o politico, e la trasformazione della reciproca diffidenza in collaborazione. I «meccanismi perversi» e le «strutture di peccato», potranno essere vinte solo mediante l’esercizio della solidarietà umana e cristiana.

 

Dalla solidarietà alla comunione

La solidarietà è indubbiamente una virtù cristiana, tende a superare se stessa, a rivestire le dimensioni specificamente cristiane della gratuità totale, del perdono e della riconciliazione. Allora il prossimo non è soltanto un essere umano con i suoi diritti e la sua fondamentale eguaglianza davanti a tutti, ma diviene la viva immagine di Dio Padre, riscattata dal sangue di Gesù Cristo e posta sotto l’azione permanente dello Spirito Santo. Egli, pertanto, deve essere amato, anche se nemico, con lo stesso amore con cui lo ama il Signore, e per lui bisogna essere disposti al sacrificio, anche supremo: «Dare la vita per i propri fratelli» (1Gv3,16). …si prospetta alla luce della fede un nuovo modello di unità del genere umano, al quale deve ispirarsi, in ultima istanza, la solidarietà. la vita intima di Dio, uno in tre Persone, è ciò che noi cristiani designiamo con la parola «comunione».

 

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ORIENTAMENTI PARTICOLARI (nn.41-45)

 

La dottrina sociale della Chiesa inseime di principi e criteri di giudizio

La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire al problema del sottosviluppo in quanto tale, come affermò già Papa Paolo VI nella sua Enciclica. Essa è «esperta in umanità», e ciò la spinge a estendere necessariamente la sua missione religiosa ai diversi campi in cui uomini e donne dispiegano le loro attività. Quale strumento per raggiungere lo scopo, la Chiesa adopera la sua dottrina sociale. Nell’odierna difficile congiuntura, per favorire sia la corretta impostazione dei problemi che la loro migliore soluzione, potrà essere di grande aiuto una conoscenza più esatta e una diffusione più ampia dell’«insieme dei principi di riflessione, dei criteri di giudizio e delle direttrici di azione» proposti dal suo insegnamento.

 

La dottrina sociale come incontro del vangelo con la vita sociale

La dottrina sociale della Chiesa non è una «terza via» tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un’ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale.

 

La dottrina sociale parte della missione evangelizzatrice della Chiesa

L’insegnamento e la diffusione della dottrina sociale fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. E, trattandosi di una dottrina indirizzata a guidare la condotta delle persone, ne deriva di conseguenza l’«impegno per la giustizia». All’esercizio del ministero dell’evangelizzazione in campo sociale, che è un aspetto della funzione profetica della Chiesa, appartiene pure la denuncia dei mali e delle ingiustizie. Ma conviene chiarire che l’annuncio è sempre più importante della denuncia.

 

Destinazione universale dei beni e dei diritti

La dottrina sociale della Chiesa ha il dovere di aprirsi a una prospettiva internazionale in linea col Concilio Vaticano II. Non sarà, pertanto, superfluo riesaminarne e approfondirne sotto questa luce i temi e gli orientamenti caratteristici, ripresi dal Magistero in questi anni. Desidero qui segnalarne uno: l’opzione, o amore preferenziale per i poveri…. Essa si riferisce alla vita di ciascun cristiano, in quanto imitatore della vita di Cristo, ma si applica egualmente alle nostre responsabilità sociali e, perciò, al nostro vivere, alle decisioni da prendere coerentemente circa la proprietà e l’uso dei beni… i beni di questo mondo sono originariamente destinati a tutti. Il diritto alla proprietà privata è valido e necessario, ma non annulla il valore di tale principio: su di essa, infatti, grava «un’ipoteca sociale», giustificata precisamente sul principio della destinazione universale dei beni.

Né sarà da trascurare, in questo impegno per i poveri, quella speciale forma di povertà che è la privazione dei diritti fondamentali della persona, in particolare del diritto alla libertà religiosa e del diritto, altresì, all’iniziativa economica.

 

Necessità delle riforme

  • riforma del sistema internazionale di commercio, ipotecato dal protezionismo e dal crescente bilateralismo;

  • riforma del sistema monetario e finanziario mondiale, oggi riconosciuto insufficiente; la questione degli scambi delle tecnologie e del loro uso appropriato;

  • revisione della struttura delle Organizzazioni internazionali esistenti, nella cornice di un ordine giuridico internazionale.

  • Il sistema internazionale di commercio oggi discrimina frequentemente i prodotti delle industrie incipienti dei Paesi in via di sviluppo, mentre scoraggia i produttori di materie prime.

  • Esiste una sorta di divisione internazionale del lavoro, per cui i prodotti a basso costo di alcuni Paesi, privi di leggi efficaci sul lavoro o troppo deboli per applicarle, sono venduti in altre parti del mondo con considerevoli guadagni per le imprese dedite a questo tipo di produzione, che non conosce frontiere.

  • Il sistema monetario e finanziario mondiale si caratterizza per l’eccessiva fluttuazione dei metodi di scambio e di interesse, a detrimento della bilancia dei pagamenti e della situazione di indebitamento dei Paesi poveri.

  • Le tecnologie e i loro trasferimenti costituiscono oggi uno dei principali problemi dell’interscambio internazionale e dei gravi danni, che ne derivano. Non sono rari i casi di Paesi in via di sviluppo, a cui si negano le tecnologie necessarie o si inviano quelle inutili.

  • Le Organizzazioni internazionali sembrano trovarsi a un momento della loro esistenza, in cui i meccanismi di funzionamento, i costi operativi e la loro efficacia richiedono un attento riesame ed eventuali correzioni.

  • superamento delle rivalità politiche e la rinuncia ad ogni volontà di strumentalizzare le stesse Organizzazioni, che hanno per unica ragion d’essere il bene comune.

  • l’umanità, di fronte a una fase nuova e più difficile dei suo autentico sviluppo, ha oggi bisogno di un grado superiore di ordinamento internazionale, a servizio delle società, delle economie e delle culture del mondo intero.

 

Indicazioni per le nazioni in via di sviluppo

  • Lo sviluppo richiede spirito d’iniziativa da parte degli stessi Paesi che ne hanno bisogno, agendo secondo le proprie responsabilità, senza sperare tutto dai Paesi più favoriti, collaborando con gli altri che sono nella stessa situazione.

  • É importante ache le stesse Nazioni in via di sviluppo favoriscano l’autoaffermazione di ogni cittadino mediante l’accesso a una maggiore cultura ed a una libera circolazione delle informazioni.

  • favorire l’alfabetizzazione e l’educazione di base che l’approfondisce e completa,

  • Alcune Nazioni dovranno incrementare la produzione alimentare, per aver sempre a disposizione il necessario al nutrimento e alla vita.

  • Altre Nazioni hanno bisogno di riformare alcune ingiuste strutture e, in particolare, le proprie istituzioni politiche, per sostituire regimi corrotti, dittatoriali o autoritari con quelli democratici e partecipativi.

  • libera partecipazione e responsabilità di tutti i cittadini alla cosa pubblica, la sicurezza del diritto, il rispetto e la promozione dei diritti umani- è condizione necessaria e garanzia sicura di sviluppo di «tutto l’uomo e di tutti gli uomini».

  • dovere di praticare la solidarietà fra se stesse e con i Paesi più emarginati del mondo. É desiderabile, per esempio, che Nazioni di una stessa area geografica stabiliscano forme di cooperazione che le rendano meno dipendenti da produttori più potenti. aprano le frontiere ai prodotti della zona. esaminino le eventuali complementarità dei prodotti, si associno per dotarsi dei servizi, che ciascuna da sola non è in grado di provvedere. estendano la cooperazione al settore monetario e finanziario. L’interdipendenza è già una realtà in molti di questi Paesi.

  • I Paesi in via di sviluppo di una stessa area geografica, debbono costituire nuove organizzazioni regionali, ispirate a criteri di eguaglianza, libertà e partecipazione nel concerto delle Nazioni. La solidarietà universale richiede autonomia e libera disponibilità di se stessi, anche all’interno di associazioni come quelle indicate. Ma, nello stesso tempo, richiede disponibilità ad accettare i sacrifici necessari per il bene della comunità mondiale.

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CONCLUSIONE (nn. 45-48)

 

Recentemente, nel periodo seguito alla pubblicazione dell’Enciclica Populorum Progressio, in alcune aree della Chiesa cattolica, in particolare nell’America Latina, si è diffuso un nuovo modo di affrontare i problemi della miseria e del sottosviluppo, che fa della liberazione la categoria fondamentale e il primo principio di azione. I valori positivi, ma anche le deviazioni e i pericoli di deviazione, sono stati convenientemente segnalati dal Magistero ecclesiastico. …. (n° 48) Ciascuno è chiamato a occupare il proprio posto in questa campagna pacifica, da condurre con mezzi pacifici.

 

La Chiesa deve affermare con forza la possibilità del superamento degli intralci che si frappongono allo sviluppo, e la fiducia per una vera liberazione. Fiducia e possibilità fondate sulla consapevolezza che ha la Chiesa della promessa divina, volta a garantire che la storia presente non resta chiusa in se stessa, ma è aperta al Regno di Dio. La Chiesa ha fiducia anche nell’uomo, pur conoscendo la malvagità di cui è capace, perché sa bene che-nonostante il peccato ereditato e quello che ciascuno può commettere-ci sono nella persona umana sufficienti qualità ed energie, c‘è una fondamentale «bontà» (Gen1,31), perché è immagine del Creatore, posta sotto l’influsso redentore di Cristo, «che si è unito in certo modo a ogni uomo»

 

Non sono, pertanto, giustificabili né la disperazione né il pessimismo, né la passività. Anche se con amarezza occorre dire che, come si può peccare per egoismo, per brama di guadagno esagerato e di potere, si può anche mancare, di fronte alle urgenti necessità di moltitudini umane immerse nel sottosviluppo, per timore, indecisione e, in fondo, per codardia.

 

 

Il regno di Dio e l’Eucaristia

La Chiesa sa che nessuna realizzazione temporale s’identifica col Regno di Dio, ma che tutte le realizzazioni non fanno che riflettere e anticipare la gloria del Regno, che attendiamo alla fine della storia, quando il Signore ritornerà…. Il Regno di Dio si fa presente soprattutto con la celebrazione del Sacramento dell’Eucaristia.. I beni di questo mondo e l’opera delle nostre mani-il pane e il vino-servono per la venuta del Regno definitivo, giacché il Signore mediante il suo Spirito li assume in se, per offrirsi al Padre e offrire noi con lui .. Così il Signore mediante l’Eucaristia ci unisce con sé e ci unisce tra di noi con un vincolo più forte di ogni unione naturale; e uniti ci invia al mondo intero per dare testimonianza, con la fede e con le opere, dell’amore di Dio, preparando la venuta del suo Regno e anticipandolo pur nelle ombre del tempo presente. Quanti partecipiamo dell’Eucaristia, siamo chiamati a scoprire il senso profondo della nostra azione nel mondo in favore dello sviluppo e della pace; ed a ricevere da esso le energie per impegnarci sempre più generosamente, sull’esempio di Cristo che in tale Sacramento dà la vita per i suoi amici (Gv15,13).

 

23/12/2010

Messaggio Natale 2010

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Arcidiocesi di Chieti -Vasto

PARROCCHIA S. VINCENZO S. MARIA DELLA VALLE – ATESSA VALDISANGRO

 

MESSAGGIO NATALE 2010

 

C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto,


vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. (Lc 2,8)

 

 

In un dossier televisivo, tempo fa, si affermava che le principali feste degli italiani sono Natale, Pasqua e Ferragosto. Il giornalista alludeva alle ferie e alle conseguenti spese; ma noi sappiamo che la principale festa cristiana è la pasqua, e che il 15 agosto non si festeggia il ferragosto, ma la più grande festa mariana: l’Assunzione al cielo di Maria. Che ruolo ha il Natale tra le feste cristiane?

 

Fin dall’inizio della sua celebrazione, istituita a Roma nell’anno 336, ispirata alla festa romana del Sole Vittorioso, è stata sempre intesa come celebrazione pasquale del trionfo del Signore sul tempo e sulla storia: il Natale è la festa della gloria. Inoltre i testi della Scrittura proclamati in questo giorno, più che riferirci sulla nascita del bambino, si preoccupano di affermarne la sua regalità: il Natale è la festa del Re.

 

Il natale è l’ultima grande festa dell’anno civile e la prima dell’anno liturgico. Un primo messaggio per noi: alla fine della vita e del tempo ci attende Gesù, vittorioso sulle tenebre del peccato e della morte, come il sole che da oggi comincia prolungare le nostre giornate. Come prima festa dell’anno liturgico, il natale ci dice chiaramente che è l’inizio della pasqua. Oggi Cristo si incarna, prende corpo da Maria, per offrirsi a noi nel sacrificio pasquale. Se il natale è la festa della nascita di Cristo, la pasqua è quella della rinascita dei cristiani. Oggi celebriamo l’inizio della nostra redenzione. In terra sarà sempre pasqua, cammino di crescita e di cambiamento; in cielo sarà sempre natale. Non a caso i cristiani chiamano il giorno della morte “Dies Natalis”, giorno della nascita, come i santi e i defunti si ricordano nell’anniversario della loro morte. Il Natale è la festa dell’origine divina di Cristo, la festa del nostro traguardo.

 

Come mai il Natale viene a data fissa e la pasqua a data mobile? Perchè il natale segue il solstizio invernale; la pasqua la prima luna piena di primavera. La luna e il sole hanno deciso i giorni in cui celebrare queste due solennità. Cristo è il sole eterno e immutabile; la luna è la Chiesa, sua Sposa, che cammina nel tempo. La luna riflette la luce del sole come i cristiani seguono il Cristo. La luna con le sue fasi ricorda che la Chiesa è crescente quando ascolta la Parola di Dio; piena quando celebra l’Eucaristia, calante quando ama senza aspettarsi nulla in cambio. La Chiesa è chiamata a riflettere sul mondo, in modo completo, come la luna piena di pasqua, la luce eterna di Cristo.

 

Oggi puntiamo lo sguardo su Colui che abbiamo scelto di seguire per amore, Colui che con la sua pasqua ci ha cambiato il modo di vedere Dio e di intendere la vita. E’ vivendo la pasqua che camminiamo verso la luce. Ecco perchè la festa principale dei cristiani è la PASQUA. Dobbiamo accettare di “essere luna” per entrare un giorno nel sole di Cristo.

 

Sì, dobbiamo essere come la luna (non lunatici!), che veglia di notte riflettendo la luce del sole, e come i pastori di Betlem, che in quella notte santa VEGLIAVANO il gregge al suo chiarore. Siamo chiamati a tenere gli occhi aperti, perchè il tempo che viviamo NON CI TOLGA LA DIGNITA’.

 

  • Il tempo che viviamo è una NOTTE ECONOMICA, dove il lavoro ha come caratteristica l’incertezza e la precarietà. Questo tempo ci aiuti ad apprezzare il proprio posto di lavoro e a lavorare con maggiore serietà. E’ la SERIETA’ la prima caratteristica di chi lavora. Da come lavoriamo si capisce chi siamo. Questo tempo ci insegni anche ad amare la propria azienda. Siamo tutti sulla stessa barca: se affonda, affondiamo tutti.

    NON FARE ALL’AZIENDA QUELLO CHE NON FARESTI A TE STESSO

     

  • Il tempo che viviamo è una NOTTE SOCIALE, dove la politica è instabile e inadeguata, la cultura prettamente televisiva, che su tutti i canali trasmette volgarità, confusione e litigiosità; dove conta il farsi notare, il raggiungere i propri scopi offendendo l’altro. Il riunirsi delle famiglie in questi giorni ci ricorda in cosa consiste la vita eterna: in cielo staremo tutti insieme; facendosi uomo Dio si è fatto nostro fratello. E’ la FRATELLANZA il messaggio sociale del natale, e per viverlo dobbiamo riscoprire il rispetto, l’educazione, la lealtà. Fratellanza non significa essere per forza amico di qualcuno, ma rinunciare a trattarlo da nemico. L’esperienza ci dice che non tutti ci sono amici e non tutti possono esserlo. Meglio un nemico che un falso amico. FRATELLANZA E’ FARE IN MODO CHE CHIUNQUE VENGA DA TE, SE VADA SENTENDOSI MEGLIO

    Diceva Madre Teresa di Calcutta:

     

È Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi la mano; ogni volta che rimani in silenzio per ascoltare un altro; ogni volta che volgi la schiena ai principi che cacciano gli oppressi ai margini del loro isolamento; ogni volta che speri con i “prigionieri”, oppressi dal peso della povertà fisica, morale e spirituale; ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza! È Natale ogni volta che permetti al Signore di amare gli altri attraverso di te…

 

 

BUON NATALE sac. Claudio Pellegrini

13/12/2010

Laborem Exercens

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LABOREM EXERCENS: L’enciclica sull’uomo che lavora

 

Dio onnipotente e misericordioso, che hai creato l’uomo a tua immagine e somiglianza, guarda alla nostra società e al nostro mondo, conforta i tuoi figli e apri i nostri cuori alla speranza, perchè sentendo la presenza di Gesù in mezzo a noi, possiamo impegnarci nel sociale per la salvezza integrale dell’uomo. Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

L’ntervento ufficiale della Chiesa in campo sociale ha avuto inizio con la « Rerum Novarum » di Leone XIII, pubblicata 15 maggio 1891. L’importanza del documento è stata confermata dalle encicliche degli altri papi, pubblicate per celebrarne l’anniversario: « Quadragesimo anno » di Pio XI nel 1931 (40° RN), « Mater et Magistra» di Giovanni XXIII 1961 (60° RN), « Laborem exercens » (90° RN); “Centesimus annus” (100° RN) di Giovanni Paolo II. La LE doveva essere pubblicata il 15 di maggio 1981, ma a causa dell’attentato attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio, fu pubblicata il 14 settembre del 1981, festa dell’esaltazione della croce. Giovanni Paolo II è il più sociale di tutti i Papi, è un grande antropologo e il suo magistero è una difesa dell’uomo che poggia sulla visione che la Chiesa ha dell’uomo. Ciò che la Chiesa ha da offrire all’umanità è proprio tale visione dell’uomo, espressa nel n° 13 della Redemptor Hominis (13 aprile 1979). La DSC è teologia morale, pensiero della Chiesa sull’uomo.

 

CRISTO CONTINUA A INCARNARSI PER RENDERE L’UOMO UMANO

Quando, attraverso l’esperienza della famiglia umana in continuo aumento a ritmo accelerato, penetriamo nel mistero di Gesù Cristo, comprendiamo con maggiore chiarezza che, alla base di tutte queste vie lungo le quali, conforme alla saggezza del Pontefice Paolo VI deve proseguire la Chiesa dei nostri tempi, c’è un’unica via: è la via sperimentata da secoli, ed è, insieme, la via del futuro. Cristo Signore ha indicato questa via, soprattutto quando – come insegna il Concilio – «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo» La Chiesa ravvisa, dunque, il suo còmpito fondamentale nel far sì che una tale unione possa continuamente attuarsi e rinnovarsi. La Chiesa desidera servire quest’unico fine: che ogni uomo possa ritrovare Cristo, perché Cristo possa, con ciascuno, percorrere la strada della vita, con la potenza di quella verità sull’uomo e sul mondo, contenuta nel mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, con la potenza di quell’amore che da essa irradia.

Sullo sfondo dei sempre crescenti processi nella storia, che nella nostra epoca sembrano fruttificare in modo particolare nell’àmbito di vari sistemi, concezioni ideologiche del mondo e regimi, Gesù Cristo diventa, in certo modo, nuovamente presente, malgrado tutte le apparenti sue assenze, malgrado tutte le limitazioni della presenza e dell’attività istituzionale della Chiesa. Gesù Cristo diventa presente con la potenza di quella verità e di quell’amore, che si sono espressi in Lui come pienezza unica e irripetibile, benché la sua vita in terra sia stata breve ed ancor più breve la sua attività pubblica.

Gesù Cristo è la via principale della Chiesa. Egli stesso è la nostra via «alla casa del Padre», ed è anche la via a ciascun uomo. Su questa via che conduce da Cristo all’uomo, su questa via sulla quale Cristo si unisce ad ogni uomo, la Chiesa non può esser fermata da nessuno. Questa è l’esigenza del bene temporale e del bene eterno dell’uomo. La Chiesa… non può rimanere insensibile a tutto ciò che serve al vero bene dell’uomo, così come non può rimanere indifferente a ciò che lo minaccia…… A motivo del mistero della Redenzione l’uomo è affidato alla sollecitudine della Chiesa…. L’oggetto di questa premura è l’uomo nella sua unica e irripetibile realtà umana, in cui permane intatta l’immagine e la somiglianza con Dio stesso. (RH 13). L’uomo…è la prima e fondamentale via della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione. (RH 14)

 

IL CONTESTO DELLA LE

Celebriamo il 90° anniversario dell’Enciclica Rerum Novarum alla vigilia di nuovi sviluppi nelle condizioni tecnologiche, economiche e politiche che, secondo molti esperti, influiranno sul mondo del lavoro e della produzione non meno di quanto fece la rivoluzione industriale del secolo scorso.

Molteplici sono i fattori di portata generale: l’introduzione generalizzata dell’automazione in molti campi della produzione; l’aumento del prezzo dell’energia e delle materie di base; la crescente presa di coscienza della limitatezza del patrimonio naturale e del suo insopportabile inquinamento; l’emergere sulla scena politica dei popoli che, dopo secoli di soggezione, richiedono il loro legittimo posto tra le nazioni e nelle decisioni internazionali.

Queste nuove condizioni ed esigenze richiederanno un riordinamento e un ridimensionamento delle strutture dell’economia odierna, nonché della distribuzione del lavoro. Tali cambiamenti potranno forse significare, purtroppo, per milioni di lavoratori qualificati, la disoccupazione, almeno temporanea, o la necessità di un riaddestramento; comporteranno con molta probabilità una diminuzione o una crescita meno rapida del benessere materiale per i Paesi più sviluppati; ma potranno anche dare sollievo e speranza ai milioni di uomini che oggi vivono in condizioni di vergognosa e indegna miseria. LE 1

 

Papa Wojtyla, con il suo stile non facile che procede per cerchi concentrici, apparentemente ripetitivo, più orientale che occidentale, dedica la sua terza enciclica al lavoro o, meglio, all’uomo nel contesto del lavoro.

  • Nella prima parte da un definizione del lavoro (4-10) trattando successivamente il Conflitto tra lavoro e capitale (11-15)

  • La seconda parte (16-23) è una disamina sulle tematiche connesse al lavoro: disoccupazione, emigrazione, questioni salariali, discriminazioni di minoranze, handicap. Il diritto al lavoro è un diritto umano, come diritto della persona.

  • Nell’ultima parte traccia gli elementi per una spiritualità del lavoro (24-27).

DEFINIZIONE DEL LAVORO (n.1)

  • L’uomo mediante il lavoro, (Laborem exercens) deve procurarsi il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso delle scienze e della tecnica, e soprattutto all’incessante elevazione culturale e morale della società, in cui vive in comunità con i propri fratelli.

  • E con la parola «lavoro» viene indicata ogni opera compiuta dall’uomo, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalle circostanze, cioè ogni attività umana che si può e si deve riconoscere come lavoro in mezzo a tutta la ricchezza delle azioni, delle quali l’uomo è capace ed alle quali è predisposto dalla stessa sua natura, in forza della sua umanità.

  • Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l’uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro; solo l’uomo ne è capace e solo l’uomo lo compie, riempiendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza sulla terra. Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura.

  • Se è vero che l’uomo si nutre col pane del lavoro delle sue mani, e cioè non solo di quel pane quotidiano col quale si mantiene vivo il suo corpo, ma anche del pane della scienza e del progresso, della civiltà e della cultura, allora è pure una verità perenne che egli si nutre di questo pane col sudore del volto, cioè non solo con lo sforzo e la fatica personali, ma anche in mezzo a tante tensioni, conflitti e crisi che, in rapporto con la realtà del lavoro, sconvolgono la vita delle singole società ed anche di tutta l’umanità

 

Il fondamento biblico n°4

La Chiesa è convinta che il lavoro costituisce una dimensione fondamentale dell’esistenza dell’uomo sulla terra. Essa (…) trova già nelle prime pagine del Libro della Genesi la fonte della sua convinzione che il lavoro costituisce una fondamentale dimensione dell’esistenza umana sulla terra. L’analisi di tali testi ci rende consapevoli del fatto che in essi – a volte con un modo arcaico di manifestare il pensiero – sono state espresse le verità fondamentali intorno all’uomo.

  • Quando questi, fatto «a immagine di Dio … maschio e femmina”, sente le parole: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela”, anche se queste parole non si riferiscono direttamente ed esplicitamente al lavoro, indirettamente già glielo indicano al di là di ogni dubbio come un’attività da svolgere nel mondo.

  • L’uomo è immagine di Dio, tra l’altro, per il mandato ricevuto dal suo Creatore di soggiogare, di dominare la terra. Nell’adempimento di tale mandato, l’uomo, ogni essere umano, riflette l’azione stessa del Creatore dell’universo.

  • È chiaro che col termine «terra», di cui parla il testo biblico, si deve intendere prima di tutto quel frammento dell’universo visibile, del quale l’uomo è abitante; per estensione, però, si può intendere tutto il mondo visibile, in quanto esso si trova nel raggio d’influsso dell’uomo e della sua ricerca di soddisfare alle proprie necessità.

  • Le parole «soggiogate la terra» hanno un’immensa portata. Esse indicano tutte le risorse che la terra (e indirettamente il mondo visibile) nasconde in sé, e che, mediante l’attività cosciente dell’uomo, possono essere scoperte e da lui opportunamente usate. Così quelle parole, poste all’inizio della Bibbia, non cessano mai di essere attuali.


Senso OGGETTIVO del lavoro n°5 – DOMINARE LA TERRA

Il dominio dell’uomo sulla terra si compie nel lavoro e mediante il lavoro. Emerge così il significato del lavoro in senso oggettivo, il quale trova la sua espressione nelle varie epoche della cultura e della civiltà.

  • L’uomo domina la terra già per il fatto che addomestica gli animali, allevandoli e ricavandone per sé il cibo e gli indumenti necessari, e per il fatto che può estrarre dalla terra e dal mare diverse risorse naturali.

  • Molto di più, però, l’uomo «soggioga la terra», quando comincia a coltivarla e successivamente rielabora i suoi prodotti, adattandoli alle proprie necessità.

  • L’industria e la tecnica sono a servizio del lavoro, facilita il lavoro, lo perfeziona, lo accelera e lo moltiplica. Essa favorisce l’aumento dei prodotti del lavoro, e di molti perfeziona anche la qualità.

  • È un fatto, peraltro, che in alcuni casi la tecnica da alleata può anche trasformarsi quasi in avversaria dell’uomo, come quando la meccanizzazione del lavoro «soppianta» l’uomo, togliendogli ogni soddisfazione personale e lo stimolo alla creatività e alla responsabilità; quando sottrae l’occupazione a molti lavoratori prima impiegati, o quando, mediante l’esaltazione della macchina, riduce l’uomo ad esserne il servo.

  • Se le parole bibliche «soggiogate la terra», rivolte all’uomo fin dall’inizio, vengono intese nel contesto dell’intera epoca moderna, industriale e post-industriale, allora indubbiamente esse racchiudono in sé anche un rapporto con la tecnica, con quel mondo di meccanismi e di macchine, che è il frutto del lavoro dell’intelletto umano e la conferma storica del dominio dell’uomo sulla natura.


Senso SOGGETTIVO del lavoro – dimensione personale n°6 – L’UOMO IMMAGINE DI DIO

Tre cerchi concentrici: l’uomo, la famiglia, la società

Per continuare la nostra analisi del lavoro legata alla parola della Bibbia, in forza della quale l’uomo deve soggiogare la terra, bisogna che concentriamo la nostra attenzione sul lavoro in senso soggettivo(…) Se le parole del Libro della Genesi, alle quali ci riferiamo in questa nostra analisi, parlano in modo indiretto del lavoro nel senso oggettivo, così, nello stesso modo, parlano anche del soggetto dei lavoro.

  • L’uomo deve soggiogare la terra, la deve dominare, perché come «immagine di Dio» è una persona, cioè un essere soggettivo capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere di sé e tendente a realizzare se stesso.

  • Come persona, l’uomo è quindi soggetto del lavoro. Come persona egli lavora, compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione della sua umanità, al compimento della vocazione ad essere persona, che gli è propria a motivo della stessa umanità (…)

  • E così quel «dominio», del quale parla il testo biblico qui meditato, si riferisce non solamente alla dimensione oggettiva del lavoro, ma ci introduce contemporaneamente alla comprensione della sua dimensione soggettiva. Il lavoro inteso come processo, mediante il quale l’uomo e il genere umano soggiogano la terra, corrisponde a questo fondamentale concetto della Bibbia solo quando contemporaneamente in tutto questo processo l’uomo manifesta e conferma se stesso come colui che «domina». Quel dominio, in un certo senso, si riferisce alla dimensione soggettiva ancor più che a quella oggettiva: questa dimensione condiziona la stessa sostanza etica del lavoro.

 

L’uomo dà dignità al lavoro n°6 – VANGELO DEL LAVORO

L’età antica introdusse tra gli uomini una propria tipica differenziazione in ceti a seconda del tipo di lavoro che eseguivano. Il lavoro che richiedeva da parte del lavoratore l’impiego delle forze fisiche, il lavoro dei muscoli e delle mani, era considerato indegno degli uomini liberi, e alla sua esecuzione venivano, perciò, destinati gli schiavi.

Il cristianesimo, ampliando alcuni aspetti propri già dell’Antico Testamento, ha operato qui una fondamentale trasformazione di concetti, partendo dall’intero contenuto del messaggio evangelico e soprattutto dal fatto che Colui, il quale essendo Dio è divenuto simile a noi in tutto, dedicò la maggior parte degli anni della sua vita sulla terra al lavoro manuale, presso un banco di carpentiere. Questa circostanza costituisce da sola il più eloquente «Vangelo del lavoro», che manifesta come il fondamento per determinare il valore del lavoro umano non sia prima di tutto il genere di lavoro che si compie, ma il fatto che colui che lo esegue è una persona.

 

Le fonti della dignità del lavoro si devono cercare soprattutto non nella sua dimensione oggettiva, ma nella sua dimensione soggettiva. In una tale concezione sparisce quasi il fondamento stesso dell’antica differenziazione degli uomini in ceti, a seconda del genere di lavoro da essi eseguito.

  • il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto.

  • IL lavoro è «per l’uomo», e non l’uomo «per il lavoro».

  • Lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo – fosse pure il lavoro più «di servizio», più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante – rimane sempre l’uomo stesso.

 

Il lavoro non è una merce n°7

Nell’epoca moderna, fin dall’inizio dell’èra industriale, la verità cristiana sul lavoro doveva contrapporsi alle varie correnti del pensiero materialistico ed economicistico. Per alcuni fautori di tali idee, il lavoro era inteso e trattato come una specie di «merce», che il lavoratore vende al datore di lavoro, che è al tempo stesso possessore del capitale, cioè dell’insieme degli strumenti di lavoro e dei mezzi che rendono possibile la produzione (…)

In ogni situazione sociale di questo tipo avviene una confusione o, addirittura, un’inversione dell’ordine stabilito all’inizio con le parole del Libro della Genesi: l’uomo viene trattato come uno strumento di produzione, mentre egli – egli solo, indipendentemente dal lavoro che compie – dovrebbe essere trattato come suo soggetto efficiente e suo vero artefice e creatore. Proprio tale inversione d’ordine (…) meriterebbe (…) il nome di «capitalismo».

Si sa che il capitalismo ha il suo preciso significato storico in quanto sistema, e sistema economico-sociale, in contrapposizione al «socialismo» o «comunismo» (…) L’errore del primitivo capitalismo può ripetersi dovunque l’uomo venga trattato, in un certo qual modo, al pari di tutto il complesso dei mezzi materiali di produzione, come uno strumento e non invece secondo la vera dignità del suo lavoro – cioè come soggetto e autore, e per ciò stesso come vero scopo di tutto il processo produttivo.

 

Tutela dell’uomo che lavora n°8

Benché si possa dire che il lavoro, a motivo del suo soggetto, è uno, tuttavia, considerando le sue oggettive direzioni, bisogna costatare che esistono molti lavori: tanti diversi lavori…. bisogna, tuttavia, vedere se non si infiltrino in esso, e in quale misura, certe irregolarità, che per motivi etico-sociali possono essere pericolose. Proprio a motivo di una tale anomalia di grande portata è nata nel secolo scorso la cosiddetta questione operaia, definita a volte come «questione proletaria».

Tale questione ha dato origine ad una giusta reazione sociale, ha fatto sorgere e quasi irrompere un grande slancio di solidarietà tra gli uomini del lavoro e, prima di tutto, tra i lavoratori dell’industria (…) Era la reazione contro la degradazione dell’uomo come soggetto del lavoro, e contro l’inaudito, concomitante sfruttamento nel campo dei guadagni, delle condizioni di lavoro e di previdenza per la persona del lavoratore….

Per il tramite di associazioni, essi influiscono sulle condizioni di lavoro e di rimunerazione, come anche sulla legislazione sociale (…) Per realizzare la giustizia sociale nelle varie parti del mondo, nei vari Paesi e nei rapporti tra di loro, sono necessari sempre nuovi movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e di solidarietà con gli uomini del lavoro.

 

Fatica e dignità n°9

La fondamentale e primordiale intenzione di Dio nei riguardi dell’uomo, che Egli «creò … a sua somiglianza, a sua immagine”, non è stata ritrattata né cancellata neppure quando l’uomo, dopo aver infranto l’originaria alleanza con Dio, udì le parole: «Col sudore del tuo volto mangerai il pane”. Queste parole si riferiscono alla fatica a volte pesante, che da allora accompagna il lavoro umano (…) Questa fatica è un fatto universalmente conosciuto, perché universalmente sperimentato. Eppure, con tutta questa fatica – e forse, in un certo senso, a causa di essa – il lavoro è un bene dell’uomo (…)

  • Ed è non solo un bene «utile» o «da fruire», ma un bene «degno», cioè corrispondente alla dignità dell’uomo (…) perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, «diventa più uomo».

  • Senza questa considerazione (…) non si può comprendere perché la laboriosità dovrebbe essere una virtù: infatti, la virtù, come attitudine morale, è ciò per cui l’uomo diventa buono in quanto uomo.

  • Questo fatto non cambia per nulla la nostra giusta preoccupazione, affinché nel lavoro, mediante il quale la materia viene nobilitata, l’uomo stesso non subisca una diminuzione della propria dignità. E noto, ancora, che è possibile usare variamente il lavoro contro l’uomo, che si può punire l’uomo col sistema del lavoro forzato nei lager, che si può fare del lavoro un mezzo di oppressione dell’uomo, che infine si può in vari modi sfruttare il lavoro umano, cioè l’uomo del lavoro. Tutto ciò depone in favore dell’obbligo morale di unire la laboriosità come virtù con l’ordine sociale del lavoro, che permetterà all’uomo di «diventare più uomo» nel lavoro, e non già di degradarsi a causa del lavoro.


DAL SENSO SOGGETTIVO A QUELLO SOCIALE

Il lavoro fondamento della famiglia n°10

(Dalla) dimensione personale del lavoro umano, si deve poi arrivare al secondo cerchio di valori. Il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale ed una vocazione dell’uomo. (…)

  • Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l’uomo acquista mediante il lavoro.

  • Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno «diventa uomo» mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime lo scopo di tutto il processo educativo. Evidentemente qui entrano in gioco due aspetti del lavoro: quello che consente la vita ed il mantenimento della famiglia, e quello mediante il quale si realizzano gli scopi della famiglia stessa, soprattutto l’educazione..

  • Nell’insieme si deve ricordare ed affermare che la famiglia costituisce uno dei più importanti termini di riferimento, secondo i quali deve essere formato l’ordine socio-etico del lavoro umano (…) La famiglia è, al tempo stesso, una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo

 

Il lavoro fondamento della società n°10

Il terzo cerchio di valori che emerge nella presente prospettiva – nella prospettiva del soggetto del lavoro – riguarda quella grande società, alla quale l’uomo appartiene in base a particolari legami culturali e storici. Tale società – anche quando non ha ancora assunto la forma matura di una nazione –

  • è non soltanto la grande «educatrice» di ogni uomo, benché indiretta (perché ognuno assume nella famiglia i contenuti e valori che compongono, nel suo insieme, la cultura di una data nazione),

  • ma è anche una grande incarnazione storica e sociale del lavoro di tutte le generazioni. Tutto questo fa sì che l’uomo unisca la sua più profonda identità umana con l’appartenenza alla nazione,

  • ed intenda il suo lavoro anche come incremento del bene comune elaborato insieme con i suoi compatrioti, rendendosi così conto che per questa via il lavoro serve a moltiplicare il patrimonio di tutta la famiglia umana


TEMATICHE CONNESSE AL LAVORO

Il problema dell’occupazione (n.18)

L’obbligo delle prestazioni in favore dei disoccupati, il dovere cioè di corrispondere le convenienti sovvenzioni indispensabili per la sussistenza dei lavoratori disoccupati e delle loro famiglie, è un dovere che scaturisce dal principio fondamentale dell’ordine morale in questo campo, cioè dal principio dell’uso comune dei beni o dal diritto alla vita ed alla sussistenza.

 

Salario e altre prestazioni sociali (n.19)

  • la remunerazione del lavoro, rimane una via concreta, attraverso la quale la stragrande maggioranza degli uomini può accedere a quei beni che sono destinati all’uso comune: sia beni della natura, sia quelli della produzione.

  • Accanto al salario, qui entrano in gioco ancora varie prestazioni sociali, aventi come scopo quello di assicurare la vita e la salute dei lavoratori e quella della loro famiglia. Le spese riguardanti le necessità della cura della salute, specialmente in caso di incidenti sul lavoro, esigono che il lavoratore abbia facile accesso all’assistenza sanitaria, e ciò, in quanto possibile, a basso costo, o addirittura gratuitamente.

  • Un altro settore, che riguarda le prestazioni, è quello collegato al diritto al riposo: prima di tutto, si tratta qui del regolare riposo settimanale, comprendente almeno la Domenica, ed inoltre un riposo più lungo, cioè le cosiddette ferie una volta all’anno, o eventualmente più volte durante l’anno per periodi più brevi.

  • Infine, si tratta qui del diritto alla pensione e all’assicurazione per la vecchiaia ed in caso di incidenti

 

L’importanza dei sindacati (n.20)

Sulla base di tutti questi diritti, insieme con la necessità di assicurarli da parte degli stessi lavoratori, ne sorge ancora un altro: vale a dire, il diritto di associarsi, cioè di formare associazioni o unioni, che abbiano come scopo la difesa degli interessi vitali degli uomini impiegati nelle varie professioni. Queste unioni hanno il nome di sindacati (…) La difesa degli interessi esistenziali dei lavoratori in tutti i settori, nei quali entrano in causa i loro diritti, costituisce il loro compito.

 

Diritto di sciopero (n.20)

Adoperandosi per i giusti diritti dei loro membri, i sindacati si servono anche del metodo dello «sciopero», cioè del blocco del lavoro, come di una specie di ultimatum indirizzato agli organi competenti e, soprattutto, ai datori di lavoro. Questo è un metodo riconosciuto dalla dottrina sociale cattolica come legittimo alle debite condizioni e nei giusti limiti. In relazione a ciò i lavoratori dovrebbero avere assicurato il diritto allo sciopero, senza subire personali sanzioni penali per la partecipazione ad esso. Ammettendo che questo è un mezzo legittimo, si deve contemporaneamente sottolineare che lo sciopero rimane, in un certo senso, un mezzo estremo. Non se ne può abusare; non se ne può abusare specialmente per giochi «politici».

 

Dignità del lavoro agricolo (n.21)

Nei Paesi in via di sviluppo, milioni di uomini sono costretti a coltivare i terreni di altri e vengono sfruttati dai latifondisti. Mancano forme di tutela legale per la persona del lavoratore agricolo e per la sua famiglia in caso di vecchiaia, di malattia o di mancanza di lavoro. Lunghe giornate di duro lavoro fisico vengono miseramente pagate.

Ma anche nei Paesi economicamente sviluppati, il diritto al lavoro può essere leso quando si nega al contadino la facoltà di partecipare alle scelte decisionali concernenti le sue prestazioni lavorative, o quando viene negato il diritto alla libera associazione in vista della giusta promozione sociale, culturale ed economica del lavoratore agricolo (…). Perciò occorre proclamare e promuovere la dignità del lavoro, di ogni lavoro, e specialmente del lavoro agricolo.

 

Lavoro e disabilità (n.22)

Sarebbe radicalmente indegno dell’uomo, e negazione della comune umanità, ammettere alla vita della società, e dunque al lavoro, solo i membri pienamente funzionali perché, così facendo, si ricadrebbe in una grave forma di discriminazione, quella dei forti e dei sani contro i deboli ed i malati. Il lavoro in senso oggettivo deve essere subordinato, anche in questa circostanza, alla dignità dell’uomo, al soggetto del lavoro e non al vantaggio economico.

 

Lavoro e problema dell’emigrazione (n.23)

L’uomo ha il diritto di lasciare il proprio Paese d’origine per vari motivi – come anche di ritornarvi – e di cercare migliori condizioni di vita in un altro Paese. La cosa più importante è che l’uomo, il quale lavora fuori del suo Paese natìo tanto come emigrato permanente quanto come lavoratore stagionale, non sia svantaggiato nell’ambito dei diritti riguardanti il lavoro in confronto agli altri lavoratori di quella determinata società. L’emigrazione per lavoro non può in nessun modo diventare un’occasione di sfruttamento finanziario o sociale. Per quanto riguarda il rapporto di lavoro col lavoratore immigrato, devono valere gli stessi criteri che valgono per ogni altro lavoratore in quella società. Il valore del lavoro deve essere misurato con lo stesso metro, e non con riguardo alla diversa nazionalità, religione o razza.


LA SPIRITUALITA’ DEL LAVORO

Compito spirituale della Chiesa (n.24-25)

Dato che il lavoro nella sua dimensione soggettiva è sempre un’azione personale, actus personae, ne segue che ad esso partecipa l’uomo intero, il corpo e lo spirito, indipendentemente dal fatto che sia un lavoro manuale o intellettuale. All’uomo intero è pure indirizzata la Parola del Dio vivo, il messaggio evangelico della salvezza, nel quale troviamo molti contenuti – come luci particolari – dedicati al lavoro umano… per dare al lavoro dell’uomo concreto, con l’aiuto di questi contenuti, quel significato che esso ha agli occhi di Dio, e mediante il quale esso entra nell’opera della salvezza.

 

Se la Chiesa considera come suo dovere pronunciarsi a proposito del lavoro dal punto di vista del suo valore umano e dell’ordine morale, essa vede un suo dovere particolare nella formazione di una spiritualità del lavoro, tale da aiutare tutti gli uomini ad avvicinarsi per il suo tramite a Dio, Creatore e Redentore, a partecipare ai suoi piani salvifici nei riguardi dell’uomo e del mondo e ad approfondire nella loro vita l’amicizia con Cristo, assumendo mediante la fede una viva partecipazione alla sua triplice missione: di Sacerdote, di Profeta e di Re, così come insegna con espressioni mirabili il Concilio Vaticano II: l’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, considerato in se stesso, corrisponde al disegno di Dio.

 

  1. Come RE: L’uomo creato a immagine di Dio, ha ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto quanto essa contiene per governare il mondo nella giustizia e nella santità

  2. Come SACERDOTE: riportare a Dio se stesso e l’universo intero, riconoscendo in lui il Creatore di tutte le cose,

  3. Come PROFETA In modo che, nella subordinazione di tutta la realtà all’uomo, sia glorificato il nome di Dio su tutta la terra.

     

PARTECIPAZIONE ALL’OPERA DELLA CREAZIONE (n.25)

Nella Parola della divina Rivelazione è iscritta molto profondamente questa verità fondamentale, che l’uomo, creato a immagine di Dio, mediante il suo lavoro partecipa all’opera del Creatore, ed a misura delle proprie possibilità, in un certo senso, continua a svilupparla e la completa, avanzando sempre più nella scoperta delle risorse e dei valori racchiusi in tutto quanto il creato. Questa verità noi troviamo già all’inizio stesso della Sacra Scrittura, nel Libro della Genesi, dove l’opera stessa della creazione è presentata nella forma di un «lavoro» compiuto da Dio durante i «sei giorni», per «riposare» il settimo giorno D’altronde, ancora l’ultimo libro della Sacra Scrittura risuona con lo stesso accento di rispetto per l’opera che Dio ha compiuto mediante il suo «lavoro» creativo, quando proclama: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente» analogamente al Libro della Genesi, il quale chiude la descrizione di ogni giorno della creazione con l’affermazione: «E Dio vide che era una cosa buona». Questa descrizione della creazione, che troviamo già nel primo capitolo del Libro della Genesi è, al tempo stesso, in un certo senso il primo «Vangelo del lavoro».

Essa dimostra, infatti, in che cosa consista la sua dignità:

  • insegna che l’uomo lavorando deve imitare Dio, suo Creatore, perché porta in sé – egli solo – il singolare elemento della somiglianza con lui.

  • L’uomo deve imitare Dio pure riposando, dato che Dio stesso ha voluto presentargli la propria opera creatrice sotto la forma del lavoro e del riposo.

  • Perciò il lavoro non può consistere nel solo esercizio delle forze umane nell’azione esteriore; esso deve lasciare uno spazio interiore, nel quale l’uomo, diventando sempre più ciò che per volontà di Dio deve essere, si prepara a quel «riposo» che il Signore riserva ai suoi servi ed amici.

 

 

SPIRITUALITA’ DEL QUOTIDIANO (n.25)

La coscienza che il lavoro umano sia una partecipazione all’opera di Dio, deve permeare «le ordinarie attività quotidiane.

  1. CONTINUARE: Gli uomini e le donne che per procurarsi il sostentamento per sé e per la famiglia, esercitano le proprie attività così da prestare anche conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che col loro lavoro essi prolungano l’opera del Creatore, si rendono utili ai propri fratelli e danno un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia.

  2. COMPLETARE: Questo costituisce il più profondo movente per intraprenderlo in vari settori: «I fedeli perciò – leggiamo nella Costituzione Lumen Gentium – devono riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio e aiutarsi a vicenda per una vita più santa anche con opere propriamente secolari, affinché il mondo sia imbevuto dello spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace.

 

Cristo, l’uomo del lavoro (n.26)

Questa verità, secondo cui mediante il lavoro l’uomo partecipa all’opera di Dio stesso suo Creatore, è stata in modo particolare messa in risalto da Gesù Cristo, il carpentiere?». Infatti, Gesù non solo proclamava, ma prima di tutto compiva con l’opera il «Vangelo» a lui affidato, la parola dell’eterna Sapienza.

  • Perciò, questo era pure il «Vangelo del lavoro», perché colui che lo proclamava, era egli stesso uomo del lavoro, del lavoro artigiano come Giuseppe di Nazareth.

  • E anche se nelle sue parole non troviamo uno speciale comando di lavorare, l’eloquenza della vita di Cristo è inequivoca: egli appartiene al «mondo del lavoro», ha per il lavoro umano riconoscimento e rispetto; si può dire di più: egli guarda con amore questo lavoro, le sue diverse manifestazioni, vedendo in ciascuna una linea particolare della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre.

  • Non è lui a dire: «il Padre mio è il vignaiolo …», trasferendo in vari modi nel suo insegnamento quella fondamentale verità sul lavoro, la quale si esprime già in tutta la tradizione dell’Antico Testamento, iniziando dal Libro della Genesi?

  • Nei libri dell’Antico Testamento non mancano molteplici riferimenti al lavoro umano, alle singole professioni esercitate dall’uomo: così per es. al medico, al farmacista, all’artigiano- artista, al fabbro, si potrebbero riferire queste parole al lavoro del siderurgico d’oggi, al vasaio, all’agricoltore, allo studioso, al navigatore, all’edile, al musicista, al pastore, al pescatore. Sono conosciute le belle parole dedicate al lavoro delle donne.

  • Gesù Cristo nelle sue parabole sul Regno di Dio si richiama costantemente al lavoro umano: al lavoro del pastore, dell’agricoltore, del medico, del seminatore, del padrone di casa, del servo, dell’amministratore, del pescatore, del mercante, dell’operaio. Parla pure dei diversi lavori delle donne.

  • Presenta l’apostolato a somiglianza del lavoro manuale dei mietitori o dei pescatori. Inoltre, si riferisce anche al lavoro degli studiosi. Questo insegnamento di Cristo sul lavoro (è) basato sull’esempio della propria vita durante gli anni di Nazareth.

 

Paolo e il comando del lavoro (n.26)

  • Paolo si vantava di lavorare nel suo mestiere (probabilmente fabbricava tende), e grazie a ciò poteva pure come apostolo guadagnarsi da solo il pane. «Abbiamo lavorato con fatica e sforzo, notte e giorno, per non essere di peso».

  • Di qui derivano le sue istruzioni che hanno carattere di esortazione e di comando: «A questi … ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace», così scrive ai Tessalonicesi. Infatti, rilevando che «alcuni» vivono disordinatamente, senza far nulla, l’Apostolo nello stesso contesto non esita a dire: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi».

  • In un altro passo invece incoraggia: «Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che quale ricompensa riceverete dal Signore l’eredità».

  • Gli insegnamenti dell’Apostolo delle Genti hanno, come si vede, un’importanza-chiave per la morale e la spiritualità del lavoro umano. Essi sono un importante complemento a questo grande, anche se discreto, Vangelo del lavoro, che troviamo nella vita di Cristo e nelle sue parabole, in ciò che Gesù «fece e insegnò».

 

PERFEZIONAMENTO DELLA PERSONA (n.26)

In base a queste luci emananti dalla Sorgente stessa, la Chiesa sempre ha proclamato ciò di cui troviamo l’espressione contemporanea nell’insegnamento del Vaticano II:

  • «L’attività umana, invero, come deriva dall’uomo, così è ordinata all’uomo. L’uomo, infatti, quando lavora, non soltanto modifica le cose e la società, ma perfeziona anche se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, è portato a uscire da sé e a superarsi. Tale sviluppo, se è ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono accumulare …

    «L’uomo vale più per quello che è che per quello che ha. Parimente tutto ciò che gli uomini fanno per conseguire una maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano nei rapporti sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico.. ma da soli non valgono in nessun modo ad effettuarla».

  • Tale dottrina sul problema del progresso e dello sviluppo che affonda le sue radici nel «Vangelo del lavoro».

 

PARTECIPAZIONE AL MISTERO PASQUALE (n.27)

Ogni lavoro – sia esso manuale o intellettuale – va congiunto inevitabilmente con la fatica.

  • Il Libro della Genesi lo esprime in modo veramente penetrante, contrapponendo a quella originaria benedizione del lavoro, contenuta nel mistero stesso della creazione, ed unita all’elevazione dell’uomo come immagine di Dio, la maledizione che il peccato ha portato con sé: «Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita». Questo dolore unito al lavoro segna la strada della vita umana sulla terra e costituisce l’annuncio della morte: «Col sudore del tuo volto mangerai; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto …».

  • Il Vangelo pronuncia, in un certo senso, la sua ultima parola anche a questo riguardo nel mistero pasquale di Gesù Cristo Nel mistero pasquale è contenuta la croce di Cristo, la sua obbedienza fino alla morte, che l’Apostolo contrappone a quella disubbidienza, che ha gravato sin dall’inizio la storia dell’uomo sulla terra. È contenuta in esso anche l’elevazione di Cristo, il quale mediante la morte di croce ritorna ai suoi discepoli con la potenza dello Spirito Santo nella risurrezione.

 

REDENZIONE DEL MONDO (n.27)

Il sudore e la fatica, che il lavoro necessariamente comporta nella condizione presente dell’umanità, offrono al cristiano e ad ogni uomo, la possibilità di partecipare nell’amore all’opera che il Cristo è venuto a compiere per mezzo della sofferenza e della morte.

  • Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità. Egli si dimostra vero discepolo di Gesù, portando a sua volta la croce ogni giorno nell’attività che è chiamato a compiere.

  • Cristo, «sopportando la morte per noi tutti peccatori, ci insegna col suo esempio che è necessario anche portare la croce; quella che dalla carne e dal mondo viene messa sulle spalle di quanti cercano la pace e la giustizia»;

  • però, al tempo stesso, «con la sua risurrezione costituito Signore, egli, il Cristo, opera ormai nel cuore degli uomini con la virtù del suo Spirito, … purificando e fortificando quei generosi propositi, con i quali la famiglia degli uomini cerca di rendere più umana la propria vita».

  • Nel lavoro umano il cristiano ritrova una piccola parte della croce di Cristo e l’accetta nello stesso spirito di redenzione, nel quale il Cristo ha accettato per noi la sua croce.

  • Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, una piccola parte di quella «terra nuova», dove abita la giustizia

  • Benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Cristo, tuttavia nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza per il Regno di Dio

 

Salmo 127 L’abbandono alla Provvidenza

Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia il custode.
Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.
Ecco, dono del Signore sono i figli,
è sua grazia il frutto del grembo.
Come frecce in mano a un eroe
sono i figli della giovinezza.
Beato l’uomo che ne ha piena la faretra:
non resterà confuso quando verrà a trattare
alla porta con i propri nemici

13/12/2010

Populorum Progressio

di Staff — Categorie: Dottrina sociale della Chiesa 10/11Commenti disabilitati su Populorum Progressio

POPULORUM PROGRESSIO: Sviluppo integrale e solidale

 

Pubblicando nel 1967 l’Enciclica Populorum progressio, il mio venerato predecessore Paolo VI ha illuminato il grande tema dello sviluppo dei popoli con lo splendore della verità e con la luce soave della carità di Cristo. Egli ha affermato che l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo… A oltre quarant’anni dalla pubblicazione dell’Enciclica, (2009) intendo rendere omaggio e tributare onore alla memoria del grande Pontefice Paolo VI, riprendendo i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da essi tracciato, per attualizzarli nell’ora presente. Questo processo di attualizzazione iniziò con l’Enciclica Sollicitudo rei socialis, con cui il Servo di Dio Giovanni Paolo II volle commemorare la pubblicazione della Populorum progressio in occasione del suo ventennale. Fino ad allora, una simile commemorazione era stata riservata solo alla Rerum novarum. Passati altri vent’anni, esprimo la mia convinzione che la Populorum progressio merita di essere considerata come « la Rerum novarum dell’epoca contemporanea », che illumina il cammino dell’umanità in via di unificazione.” (CV8)

 

La Populorum progressio (Lo sviluppo dei popoli) è l’enciclica sociale scritta da papa Paolo VI pubblicata il 26 marzo 1967. La questione sociale, prima ristretta alle classi lavoratrici, acquista ora una dimensione mondiale. E’ stata definita come la più politica delle encicliche sociali e affronta le questioni mondiali partendo dal Sud.

A metà degli anni sessanta la guerra fredda tra USA e URSS vive un periodo di tensioni rallentate e si inizia a trattare per una riduzione degli armamenti. Questo offre prospettive di stabilità e di pace e la speranza di risolvere i problemi della povertà nel mondo, il cui primo segnale è il dramma della fame. Al Sud il processo di decolonizzazione è sì quasi concluso, ma ovunque v’è un senso di delusione in quanto non si è verificato l’atteso miglioramento delle condizioni di vita, anzi il divario tra popolazioni ricche e povere è aumentato. Si pone in maniera sempre più pressante la questione dello sviluppo dei Paesi del sud.

Nel 1964 l’ONU indice la Conferenza per il Commercio e lo Sviluppo. In rappresentanza del Vaticano vi partecipa p. Lebret che al suo rientro suggerisce a Paolo VI un’enciclica sulla questione dello sviluppo. Il Papa lo incarica di redigere un progetto che sfocia nel 1967 nella Populorum Progressio

In alcuni ambienti tradizionalisti questo documento venne tacciato infatti di essere vicino ad una dottrina sociale troppo clemente verso la sinistra e il suo pensiero. All’indomani della sua pubblicazione, il quotidiano del MSI, Il Secolo d’Italia, titolò in tono polemico: “Avanti Populorum!”.

 

 

LETTURA ANTOLOGICA

 

La chiesa e le aspirazioni degli uomini

1. Lo sviluppo dei popoli, in modo particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro pieno rigoglio, è oggetto di attenta osservazione da parte della chiesa.

 

6. Essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, la salute, un’occupazione stabile; una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori da ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la loro dignità di uomini; godere di una maggiore istruzione; in una parola, fare conoscere e avere di più, per essere di più: ecco l’aspirazione degli uomini di oggi, mentre un gran numero d’essi è condannato a vivere in condizioni che rendono illusorio tale legittimo desiderio. D’altra parte, i popoli da poco approdati all’indipendenza nazionale sperimentano la necessità di far seguire a questa libertà politica una crescita autonoma e degna, sociale non meno che economica, onde assicurare ai propri cittadini la loro piena espansione umana, e prendere il posto che loro spetta nel concerto delle nazioni.

 

 

LA QUESTIONE SOCIALE È OGGI MONDIALE

3. Oggi, il fatto di maggior rilievo è che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale.

 

9. Conflitti sociali…. i conflitti sociali si sono dilatati fino a raggiungere le dimensioni del mondo. La viva inquietudine, che si è impadronita delle classi povere nei paesi in fase di industrializzazione, raggiunge ora quelli che hanno un’economia quasi esclusivamente agricola: i contadini prendono coscienza, anch’essi, della loro «miseria immeritata». A ciò s’aggiunga lo scandalo di disuguaglianze clamorose, non solo nel godimento dei beni, ma più ancora nell’esercizio del potere. Mentre una oligarchia gode, in certe regioni, di una civiltà raffinata, il resto della popolazione, povera e dispersa, è «privata pressoché di ogni possibilità di iniziativa personale e di responsabilità, e spesso anche costretta a condizioni di vita e di lavoro indegne».

 

13. Conflitti generazionali… Inoltre l’urto tra le civiltà tradizionali e le novità portate dalla civiltà industriale ha un effetto dirompente sulle strutture, che non si adattano alle nuove condizioni. Dentro l’ambito, spesso rigido, di tali strutture s’inquadrava la vita personale e familiare, che trovava in esse il suo indispensabile sostegno, e i vecchi vi rimangono attaccati, mentre i giovani tendono a liberarsene, come d’un ostacolo inutile, per volgersi verso nuove forme di vita sociale….

La situazione attuale del mondo esige un’azione d’insieme sulla base di una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali. Esperta in umanità, la chiesa, lungi dal pretendere minimamente d’intromettersi nella politica degli stati, «non ha di mira che un unico scopo: continuare, sotto l’impulso dello Spirito consolatore, la stessa opera del Cristo, venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità (cf. Gv 18,37), per salvare, non per condannare, per servire, non essere servito

 

 

 

LO SVILUPPO INTEGRALE

 

Visione cristiana dello sviluppo

14. Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere sviluppo autentico, dev’essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: «noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera». (L. J. Lebret)

 

42. È un umanesimo plenario che occorre promuovere...lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Un umanesimo chiuso, insensibile ai valori dello spirito e a Dio che ne è la fonte, potrebbe apparentemente avere maggiori possibilità di trionfare. Senza dubbio l’uomo può organizzare la terra senza Dio, ma «senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano». Non v’è dunque umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto, nel riconoscimento d’una vocazione, che offre l’idea vera della vita umana. Lungi dall’essere la norma ultima dei valori, l’uomo non realizza se stesso che trascendendosi. Secondo l’espressione così giusta di Pascal: «L’uomo supera infinitamente l’uomo».

 

Lo sviluppo è una vocazione

15. Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione. Fin dalla nascita, è dato a tutti in germe un insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare: il loro pieno svolgimento, frutto a un tempo dell’educazione ricevuta dall’ambiente e dello sforzo personale, permetterà a ciascuno di orientarsi verso il destino propostogli dal Creatore.

 

La crescita è una responsabilità

15. Dotato d’intelligenza e di libertà, egli è responsabile della sua crescita, così come della sua salvezza. Aiutato, e talvolta impedito, da coloro che lo educano e lo circondano, ciascuno rimane, quali che siano le influenze che si esercitano su di lui, l‘artefice della sua riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà, ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più.

 

La crescita è la SINTESI DI TUTTI I DOVERI

16. Tale crescita della persona, del resto, non è facoltativa. Come tutta intera la creazione è ordinata al suo Creatore, la creatura spirituale è tenuta ad orientare spontaneamente la sua vita verso Dio, verità prima e supremo bene. Così la crescita umana costituisce come una sintesi dei nostri doveri.

 

Ma c’è di più: tale armonia di natura, arricchita dal lavoro personale e responsabile, è chiamata a un superamento. Mediante la sua inserzione nel Cristo vivificatore, l’uomo accede a una dimensione nuova, a un umanesimo trascendente: questa è la finalità suprema dello sviluppo personale.

 

17. Ma ogni uomo è membro della società: appartiene all’umanità intera….. noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi a ingrandire la cerchia della famiglia umana. La solidarietà universale, che è un fatto, per noi è non solo un beneficio, ma altresì un dovere.

 

I rischi: cupidigia e avarizia

18. Siffatta crescita personale e comunitaria verrebbe compromessa ove si deteriorasse la vera scala dei valori. Legittimo è il desiderio del necessario, e il lavoro per arrivarci è un dovere: «Se qualcuno si rifiuta di lavorare, non deve neanche mangiare» (2Ts 3,10). Ma l’acquisizione dei beni temporali può condurre alla cupidigia, al desiderio di avere sempre di più e alla tentazione di accrescere la propria potenza. L’avarizia delle persone, delle famiglie e delle nazioni può contagiare i meno abbienti come i più ricchi, e suscitare negli uni e negli altri un materialismo che soffoca lo spirito.

 

Progresso come sviluppo morale

19. Avere di più, per i popoli come per le persone, non è dunque lo scopo ultimo. Ogni crescita è ambivalente. Necessaria onde permettere all’uomo di essere più uomo, essa lo rinserra come in una prigione, quando diventa il bene supremo che impedisce di guardare oltre. Allora i cuori s’induriscono e gli spiriti si chiudono, gli uomini non s’incontrano più per amicizia, ma spinti dall’interesse, il quale ha buon giuoco nel metterli gli uni contro gli altri e nel disunirli. La ricerca esclusiva dell’avere diventa così un ostacolo alla crescita dell’essere e si oppone alla sua vera grandezza: per le nazioni come per le persone, l’avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale.

 

Necessità di uomini di pensiero

20. Se il perseguimento dello sviluppo richiede un numero sempre più grande di tecnici, esige ancor più uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d’un «umanesimo» nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i valori superiori di amore, di amicizia, di preghiera e di contemplazione. In tal modo potrà compiersi in pienezza il vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane.

 

21. L’ideale da perseguire

  • Abbattere le carenze materiali e morali di coloro che sono mutilati dall’egoismo.

  • Abbattere le strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni.

Promuovere:

  • l’ascesa dalla miseria verso il possesso del necessario, la vittoria sui flagelli sociali, l’ampliamento delle conoscenze, l’acquisizione della cultura.

  • l’accresciuta considerazione della dignità degli altri, l’orientarsi verso lo spirito di povertà (cf. Mt 5,3), la cooperazione al bene comune, la volontà di pace.

  • il riconoscimento da parte dell’uomo dei valori supremi, e di Dio che ne è la sorgente e il termine.

  • la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell’uomo, e l’unità nella carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini.

 

IMPLICANZE

La proprietà privata è il reddito sono a servizio dell’utilità comue

23…. la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. In una parola, «il diritto di proprietà non deve mai esercitarsi a detrimento dell’utilità comune, secondo la dottrina tradizionale dei padri della chiesa e dei grandi teologi». Ove intervenga un conflitto «tra diritti privati acquisiti ed esigenze comunitarie primordiali», spetta ai poteri pubblici «adoperarsi a risolverlo, con l’attiva partecipazione delle persone e dei gruppi sociali»…..Il bene comune esige dunque talvolta l’espropriazione se, per via della loro estensione, del loro sfruttamento esiguo o nullo, della miseria che ne deriva per le popolazioni, del danno arrecato agli interessi del paese, certi possedimenti sono di ostacolo alla prosperità collettiva…

 

… il concilio ha anche ricordato che il reddito disponibile non è lasciato al libero capriccio degli uomini, e che le speculazioni egoiste devono essere bandite. Non è di conseguenza ammissibile che dei cittadini provvisti di redditi abbondanti, provenienti dalle risorse e dall’attività nazionale, ne trasferiscano una parte considerevole all’estero, a esclusivo vantaggio personale.

 

Industrializzazione

25. Necessaria all’accrescimento economico e al progresso umano, l’introduzione dell’industria è insieme segno e fattore di sviluppo. Mediante l’applicazione tenace della sua intelligenza e del suo lavoro, l’uomo strappa a poco a poco i suoi segreti alla natura, favorendo un miglior uso delle sue ricchezze. Mentre imprime una disciplina alle sue abitudini, egli sviluppa del pari in se stesso il gusto della ricerca e dell’invenzione…

 

26. Ma su queste condizioni nuove della società si è malauguratamente instaurato un sistema che considerava il profitto come motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema dell’economia, la proprietà privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto. Tale «liberalismo» senza freno conduceva alla dittatura, a buon diritto denunciata da Pio XI come generatrice dell’«imperialismo internazionale del denaro»… l’economia è al servizio dell’uomo. Ma … errato sarebbe attribuire alla industrializzazione stessa quei mali che sono dovuti al nefasto sistema che l’accompagnava. Bisogna riconoscere l’apporto insostituibile dell’organizzazione del lavoro e del progresso industriale all’opera dello sviluppo.

 

Il lavoro (27-28)

Dio, che ha dotato l’uomo d’intelligenza, d’immaginazione e di sensibilità onde portare a compimento la sua opera:

  • sia egli artista o artigiano, imprenditore, operaio o contadino, ogni lavoratore è un creatore.

  • chino su una materia che gli resiste, l’operaio le imprime il suo segno, sviluppando nel contempo la sua tenacia, la sua ingegnosità e il suo spirito inventivo.

  • Vissuto in comune, condividendo speranze, sofferenze, ambizioni e gioie, il lavoro unisce le volontà, ravvicina gli spiriti e fonde i cuori: nel compierlo, gli uomini si scoprono fratelli.

  • il lavoro sviluppa anche la coscienza professionale, il senso del dovere e la carità verso il prossimo.

Senza dubbio ambivalente

  • promette il denaro, il godimento e la potenza, invitando gli uni all’egoismo e gli altri alla rivolta,

  • Più scientifico e organizzato, rischia di disumanizzare il suo esecutore, perché il lavoro è umano solo se resta intelligente e libero.

     

Giovanni XXIII ha ricordato l’urgenza di rendere al lavoratore la sua dignità, facendolo realmente partecipare all’opera comune: «Bisogna tendere a far sì che l’impresa diventi una comunità di persone».

 

Riforme e programmi per provocare lo sviluppo

34. ..ogni programma deve essere a servizio della persona…per ridurre le disuguaglianze, combattere le discriminazioni, liberare l’uomo dalle sue servitù, renderlo capace di divenire lui stesso attore responsabile del suo miglioramento materiale e morale

  • Dire sviluppo è in effetti dire qualcosa che investe tanto il progresso sociale che la crescita economica.

  • Non basta accrescere la ricchezza comune perché sia equamente ripartita

  • non basta promuovere la tecnica perché la terra diventi più umana da abitare.

  • Coloro che sono sulla via dello sviluppo devono imparare dagli errori di coloro che hanno sperimentato prima tale strada quali sono i pericoli da evitare in questo campo.

  • La tecnocrazia di domani può essere fonte di mali non meno temibili che il liberalismo di ieri.

  • Economia e tecnica non hanno senso che in rapporto all’uomo ch’esse devono servire.

  • L’uomo non è veramente uomo che nella misura in cui, diventa egli stesso autore del proprio progresso

Alfabetizzazione

35. Si può affermare che la crescita economica è legata innanzitutto al progresso sociale ch’essa è in grado di suscitare, e che l’educazione di base è il primo obiettivo d’un piano di sviluppo. La fame d’istruzione non è in realtà meno deprimente della fame di alimenti: un analfabeta è uno spirito sotto alimentato. Saper leggere e scrivere, acquistare una formazione professionale è riprendere fiducia in se stessi e scoprire che si può progredire insieme con gli altri.

 

Famiglia luogo di incontro generazionale (36-37)

36…la famiglia naturale, monogamica e stabile… deve restare «luogo d’incontro di più generazioni che si aiutano vicendevolmente ad acquistare una saggezza più grande e ad armonizzare i diritti delle persone con le altre esigenze della vita sociale»….troppo spesso una crescita demografica accelerata aggiunge nuove difficoltà ai problemi dello sviluppo: la popolazione aumenta più rapidamente delle risorse disponibili..è grande la tentazione di frenare l’aumento demografico per mezzo di misure radicali.. i poteri pubblici possono intervenire mediante la diffusione di un’appropriata informazione e l’adozione di misure opportune, purché siano conformi alle esigenze della legge morale e rispettose della giusta libertà della coppia: perché il diritto al matrimonio e alla procreazione è un diritto inalienabile, senza del quale non si dà dignità umana. Spetta in ultima istanza ai genitori decidere, con piena cognizione di causa, sul numero dei loro figli

 

Organizzazioni professionali

38. Nell’opera dello sviluppo l’uomo, che trova nella famiglia il suo ambiente di vita primordiale, è spesso aiutato da organizzazioni professionali. Se la loro ragion d’essere è di promuovere gli interessi dei loro associati, la loro responsabilità è grande in rapporto alla funzione educativa ch’esse possono e debbono nel contempo svolgere. Attraverso l’informazione che forniscono, la formazione che offrono, esse possono molto per dare a tutti il sentimento del bene comune

 

Formazione culturale

40. …sono altresì all’opera le istituzioni culturali, il cui ruolo non è di minor peso per la riuscita dello sviluppo. «L’avvenire del mondo sarebbe in pericolo se la nostra epoca non sapesse far emergere dal suo seno uomini dotati di sapienza…Numerosi paesi economicamente poveri, ma ricchi di sapienza, potranno dare un potente aiuto agli altri su questo punto».

 

Ricco o povero, ogni paese possiede una sua civiltà ricevuta dalle generazioni passate: istituzioni richieste per lo svolgimento della vita terrena e manifestazioni superiori – artistiche, intellettuali e religiose – della vita dello spirito. Quando queste contengono dei veri valori umani, sarebbe grave errore sacrificarle a quelle. Un popolo che consentisse a tanto perderebbe con ciò stesso il meglio di sé: sacrificherebbe, per vivere, le sue ragioni di vita. L’ammonimento del Cristo vale anche per i popoli: «Che cosa servirebbe all’uomo guadagnare l’universo, se poi perde l’anima?» (Mt 16,26).

 

Non cadere nel materialismo

41. I popoli poveri non staranno mai troppo in guardia contro questa tentazione che viene loro dai popoli ricchi, i quali offrono troppo spesso, insieme con l’esempio del loro successo nel campo della cultura e della civiltà tecnica, un modello di attività tesa prevalentemente alla conquista della prosperità materiale…. la civiltà moderna, non certo per sua natura intrinseca, ma perché si trova soverchiamente irretita nelle realtà terrestri, può rendere spesso più difficile l’accesso a Dio».

 

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LO SVILUPPO SOLIDALE

 

Lo sviluppo integrale dell’uomo non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell’umanità. Questo dovere riguarda in primo luogo i più favoriti. I loro obblighi sono radicati nella fraternità umana e soprannaturale e si presenta sotto un triplice aspetto:

  1. dovere di solidarietà, cioè l’aiuto che le nazioni ricche devono prestare ai paesi in via di sviluppo;

  2. dovere di giustizia sociale, cioè il ricomponimento delle relazioni tra popoli forti e popoli deboli;

  3. dovere di carità universale, cioè la promozione di un mondo nel quale tutti abbiano da dare e da ricevere

     

1. DOVERE DI SOLIDARIETA’

48. Il dovere di solidarietà che vige per le persone vale anche per i popoli: «Le nazioni sviluppate hanno l’urgentissimo dovere di aiutare le nazioni in via di sviluppo». Se è normale che una popolazione sia la prima beneficiaria dei doni che le ha fatto la Provvidenza come dei frutti del suo lavoro, nessun popolo può, per questo, pretendere di riservare a suo esclusivo uso le ricchezze di cui dispone. Ciascun popolo deve produrre di più e meglio, onde dare da un lato a tutti i suoi componenti un livello di vita veramente umano, e contribuire nel contempo, dall’altro, allo sviluppo solidale dell’umanità. Di fronte alla crescente indigenza dei paesi in via di sviluppo, si deve considerare come normale che un paese evoluto consacri una parte della sua produzione al soddisfacímcnto dei loro bisogni; normale altresì che si preoccupi di formare educatori, ingegneri, tecnici, scienziati, che poi metteranno scienza e competenza al loro servizio… Una cosa va ribadita di nuovo: il superfluo dei paesi ricchi deve servire ai paesi poveri.

 

Costituzione Fondo mondiale (50-53)

… la situazione esige dei programmi concertati. Un programma è in realtà qualcosa di più e di meglio che un aiuto occasionale lasciato alla buona volontà di ciascuno. Esso suppone studi approfonditi, individuazione degli obiettivi, determinazione dei mezzi, organizzazione degli sforzi, onde rispondere ai bisogni presenti e alle prevedibili esigenze future.

Occorre … la costituzione di un grande Fondo mondiale, alimentato da una parte delle spese militari, onde venire in aiuto ai più diseredati… Chi non vede d’altronde come un tale fondo faciliterebbe la riconversione di certi sperperi, che sono frutto della paura o dell’orgoglio? Quando tanti popoli hanno fame, quando tante famiglie soffrono la miseria, quando tanti uomini vivono immersi nell’ignoranza, quando restano da costruire tante scuole, tanti ospedali, tante abitazioni degne di questo nome, ogni sperpero pubblico o privato, ogni spesa fatta per ostentazione nazionale o personale, ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile. Noi abbiamo il dovere di denunciarlo.

 

  • I paesi in via di sviluppo non correranno più in tal modo il rischio di vedersi sopraffatti da debiti, il cui soddisfacimento finisce con l’assorbire il meglio dei loro guadagni.

  • Tassi di interesse e durata dei prestiti potranno essere distribuiti in maniera sopportabile per gli uni e per gli altri, equilibrando i doni gratuiti, i prestiti senza interesse o a interesse minimo

  • Garanzie potranno essere offerte a coloro che forniscono i mezzi finanziari, sull’impiego che ne verrà fatto in base al piano convenuto e con una preoccupazione di efficacia, giacché non si tratta di favorire la pigrizia o il parassitismo.

  • E i destinatari potranno a loro volta esigere che non vi siano ingerenze nella loro politica, né che si provochino sconvolgimenti nelle strutture sociali del paese…. porre mano essi stessi al loro sviluppo, acquisendone progressivamente i mezzi.

 

2. DOVERE DI GIUSTIZIA (59-65)

Le nazioni altamente industrializzate esportano in realtà soprattutto manufatti, mentre le economie poco sviluppate non hanno da vendere che prodotti agricoli e materie prime. Grazie al progresso tecnico, i primi aumentano rapidamente di valore e trovano sufficienti sbocchi sui mercati, mentre, per contro, i prodotti primari provenienti dai paesi in via di sviluppo subiscono ampie e brusche variazioni di prezzo… Così finisce che i poveri restano poveri, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi.

 

L’insegnamento di Leone XIII nella Rerum novarum mantiene la sua validità: il consenso delle parti, se esse versano in una situazione di eccessiva disuguaglianza, non basta a garantire la giustizia del contratto, e la legge del libero consenso rimane subordinata alle esigenze del diritto naturale. Ciò che era vero rispetto al giusto salario individuale lo è anche rispetto ai contratti internazionali: un’economia di scambio non può più poggiare esclusivamente sulla legge della libera concorrenza, anch’essa troppo spesso generatrice di dittatura economica.

 

Convenzioni internazionali

La giustizia sociale impone che il commercio internazionale, se ha da essere cosa umana e morale, ristabilisca tra le parti almeno una relativa uguaglianza di possibilità.... per raggiungerlo occorre fin d’ora creare una reale uguaglianza nelle discussioni e nelle trattative. Anche questo è un campo nel quale convenzioni internazionali a raggio sufficientemente vasto sarebbero utili, in quanto capaci di introdurre norme generali in vista di regolarizzare certi prezzi, di garantire certe produzioni, di sostenere certe industrie nascenti.

 

  • Speriamo che i paesi a meno elevato livello di sviluppo sappiano trarre profitto da buoni rapporti di vicinanza coi paesi confinanti, allo scopo di organizzare tra loro, sopra aree territoriali più vaste, zone di sviluppo concertato: stabilendo programmi comuni, coordinando gli investimenti, distribuendo le possibilità di produzione, organizzando gli scambi.

  • Speriamo anche che le organizzazioni multilaterali e internazionali trovino, attraverso una necessaria organizzazione, le vie che permetteranno ai popoli tuttora in via di sviluppo di uscire dal punto morto in cui paiono dibattersi come prigionieri e di rinvenire da se stessi, nella fedeltà al genio di ciascuno, i mezzi del loro progresso sociale e umano.

  • La solidarietà mondiale deve consentire a tutti i popoli di divenire essi stessi gli artefici del loro destino. I popoli più giovani e più deboli reclamano la parte attiva che loro spetta nella costruzione d’un mondo migliore

  • venga il giorno in cui le relazioni internazionali portino il segno del rispetto vicendevole e dell’amicizia, dell’interdipendenza nella collaborazione, e della promozione comune sotto la responsabilità di ciascuno.

 

3. DOVERE DI CARITA’ UNIVERSALE (66-75)

Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli.

 

Ospitalità a giovani e immigrati

Prima raccomandazione: moltiplicare le famiglie e i luoghi atti ad accoglierli

  • per proteggerli contro la solitudine, il sentimento d’abbandono, la disperazione,

  • per difenderli contro la situazione malsana in cui si trovano, che li forza a paragonare l’estrema povertà della loro patria col lusso e lo spreco donde sono circondati.

  • per salvaguardarli dal contagio delle dottrine eversive e dalle tentazioni aggressive cui li espone il ricordo di tanta «miseria immeritata».

  • per dare l’esempio d’una vita sana, il gusto della carità cristiana autentica e fattiva, lo stimolo ai valori spirituali.

  • acquistano una formazione di alta qualità, ma finiscono col perdervi il senso dei valori spirituali che spesso erano presenti, come un prezioso patrimonio, nelle civiltà che li avevano visti crescere.

     

    La stessa accoglienza è dovuta ai lavoratori emigrati che vivono in condizioni spesso disumane, costretti a spremere il proprio salario per alleviare un po’ le famiglie rimaste nella miseria sul suolo natale.

Senso sociale degli esperti in missione

Seconda raccomandazione è per quelli che in forza della loro attività economica sono chiamati in paesi recentemente aperti all’industrializzazione: industriali, commercianti, capi o rappresentanti di grandi imprese, esperti di istituzioni internazionali o bilaterali o di organismi privati

 

  • La loro condizione di superiorità deve spronarli a farsi iniziatori del progresso sociale e della promozione umana, là dove sono condotti dai loro impegni economici.

  • Il loro stesso senso dell’organizzazione dovrà ad essi suggerire il modo migliore per valorizzare il lavoro indigeno, formare operai qualificati, preparare ingegneri e dirigenti, lasciare spazio alla loro iniziativa, introdurli progressivamente nei posti più elevati, preparandoli così a condividere, in un avvenire meno lontano, le responsabilità della direzione.

  • Essi non devono comportarsi da padroni, ma da assistenti e da collaboratori. Spogli d’ogni superbia nazionalistica come d’ogni parvenza di razzismo, gli esperti devono imparare a lavorare in stretta collaborazione con tutti… loro competenza non conferisce loro una superiorità in tutti i campi.

  • Tra le civiltà, come tra le persone, un dialogo sincero è di fatto creatore di fraternità. L’impresa dello sviluppo ravvicinerà i popoli se tutti saranno animati da uno spirito di amore fraterno e mossi dal desiderio sincero di costruire una civiltà fondata sulla solidarietà mondiale. Un dialogo centrato sull’uomo, e non sui prodotti e sulle tecniche.

     

Il servizio civile

Molti giovani hanno già risposto con ardore e sollecitudine all’appello di Pio XII per un laicato missionario. Numerosi sono anche quelli che si sono spontaneamente messi a disposizione di organismi, ufficiali o privati, di collaborazione con i popoli in via di sviluppo. Ci rallegriamo nell’apprendere che in talune nazioni il «servizio militare» può essere scambiato in parte con un «servizio civile», un «servizio puro e semplice», e benediciamo tali iniziative e le buone volontà che vi rispondono.

 

Un’autorità mondiale efficace

78. Questa collaborazione internazionale a vocazione mondiale postula delle istituzioni che la preparino, la coordinino e la reggano, fino a costituire un ordine giuridico universalmente riconosciuto. Di tutto cuore Noi incoraggiamo le organizzazioni che hanno preso in mano questa collaborazione allo sviluppo, e auspichiamo che la loro autorità s’accresca. «La vostra vocazione – dicevamo ai rappresentanti delle Nazioni Unite a New York – è di far fraternizzare, non già alcuni popoli, ma tutti i popoli.

 

LO SVILUPPO E’ IL NUOVO NOME DELLA PACE (76-77)

Le disuguaglianze economiche, sociali e culturali tra popolo e popolo provocano tensioni e discordie, e mettono in pericolo la pace…. La pace non si riduce a un’assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini

 

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